Le 1700 bande in guerra nel torbido pasticcio Libia e chi si nasconde dietro

Kobler MartinNella data dell’articolo che segue, nessun errore. Con identico titolo, è stato  scritto da Aldo Madia* per “RemoContro”, il blog di Ennio Remondino, esattamente un anno fa, il 25 marzo 2015. Offre un quadro illuminante della situazione politica e militare in Libia che potrebbe essere ripubblicato oggi tale e quale, semmai con qualche variazione in peggio.

Comincia così: “Le cose progrediscono bene e c’è una possibilità di formare un governo di unità nazionale entro la fine della settimana’. Lo afferma il mediatore dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon”. Mentre la frase finale di Madia è la seguente : “Non appaiono indicatori che lascino ipotizzare un positivo esito del negoziato”.

Un anno dopo, il mediatore dell’ONU  si chiama Martin Kobler (nella foto). Il quale peraltro, molto più saggiamente del primo, intervistato due mesi fa dal Corriere della Sera, disse di nutrire “qualche dubbio che sia Tobruk che Tripoli abbiano la volontà politica di fare la cosa giusta. Si può avere la migliore intesa, ma se non c’è volontà politica non si va proprio da nessuna parte”. In compenso il nuovo inviato delle Nazioni Unite chiese “subito corridoi umanitari” e indicò 5 principi in base ai quali organizzare tutto: 1)l’accordo politico deve essere la base di ogni cosa 2)Nessuna iniziativa parallela, senza l’Onu 3)Una base più ampia possibile di adesioni. 4)Un trasferimento del potere pacifico. 5) Infine, un processo totalmente libico, dove la comunità internazionale può far solo da facilitatore. Aggiunse: “È normale che ci siano dissensi, è un processo politico”.

Ora non vorrei invece che, sull’ondata emotiva dell’attentato di Bruxelles, qualche governo europeo fosse tentato di rinnovare qualcosa di simile alla tragica esibizione muscolare contro Gheddafi, che ha incontestabilmente il merito di aver preparato il terreno all’avanzata dell’ISIS nei mesi scorsi. Se davvero si vogliono convincere i libici a combattere uniti l’islamismo radicale, le risorse umane e finanziarie che costerebbe quella spedizione sarebbero di sicuro meglio impiegate nel realizzare finalmente quei corridoi umanitari chiesti da Kobler  e ancora prima dai movimenti pacifisti e dalle associazioni del volontariato (nandocan)

***di Aldo Madia, 25 marzo 2015 – ‘Le cose progrediscono bene e c’è una possibilità di formare un governo di unità nazionale entro la fine della settimana’. Lo afferma il mediatore dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon. Al primo posto della soluzione proposta dall’inviato dell’Onu Bernardino Leon c’è ‘un governo di unità guidato da un presidente e un Consiglio presidenziale composto da personalità indipendenti, non appartenenti ad alcun partito né affiliate ad alcun gruppo e che siano accettabili per tutte le parti e tutti i libici’. Ma ecco a voi il conto esatto delle fazioni armate in campo.

 La parti in campo, amici e nemici

Le parti principali in conflitto sono due che semplifichiamo nel Parlamento e governo di Tobruk (riconosciuto in Occidente) e nelle mani militari del generale Haftar, e  il Consiglio Nazionale di Transizione (il vecchio Parlamento più islamista).

Attorno a questo pasticcio provate ad immaginare 1700 milizie, di cui centinaia restano indipendenti e dedite al traffico di armi e di migranti (e anche qualcosa d’altro), mentre le altre sono assorbite da Forze combattenti più strutturate.

Caratteristica dei militanti è l’alta mobilità tra le diverse formazioni militari.

L’Esercito di circa 40 mila uomini comprende ex disertori ed ex ribelli. Rinforzato da un’Unità di élite (le Forze di al-Saiqa) di oltre 5 mila persone, comprende milizie paramilitari ad alleanza variabile, tra cui la Guardia per le Strutture Petrolifere passata ad Haftar. L’Aeronautica è divisa tra Haftar e il Consiglio Nazionale di Transizione. Affidabilità militare e politica complessiva vicina allo zero.

La componente islamista

Fajr Libya, Alba libica, la coalizione di milizie filo-islamiche che controllano la capitale, assorbe centinaia di milizie. Cellula per le Operazioni Rivoluzionarie, Brigate della Libya Shield Force, Brigate di Al Qaqa, unità personale del Ministro tripolino della Difesa. Raffica quasi caricaturale. Ancora, Brigata di al Sawaiq a protezione del Governo Nazionale di Transizione, Brigata dei Martiri del 17 febbraio a Benghasi. Ansar al Sharia, legata ad Al Qaeda in the Islamic Maghreb (AQMI) e dal 2014 a Isis. L’Isis stessa che a gennaio ha eseguito l’assalto al Grand Hotel Corinthia di Tripoli, e a cui appartenevano i responsabili dell’attacco al Museo del Bardo a Tunisi.

Di Isis fanno parte la Brigata Rafallah al Salati, costola della Brigata Martiri 17 febbraio e il Consiglio della Shura della Gioventù Islamica di Derna. Sempre sul fronte islamico almeno 30 milizie del Consiglio Rivoluzionario di Zintan, autori dell’ arresto di Seif al Islam Gheddafi, il figlio che tengono ancora prigioniero nelle loro carceri.

Alleanze tribali che vanno e vengono

Misurata può contare su sue 200 milizie armate con oltre 40 mila persone. La sua Brigata 166 appoggia il Governo di Tripoli, il resto è decisamente incerto. Numerose sono anche le milizie dei Tuareg e dei Toubou operanti a Sud di Shaba e ai confini con l’Algeria.

Dalla guerra del Mali del gennaio 2014, accanto ai jihadisti rientrati da Iraq e Siria, sono presenti nelle zone desertiche del Fezzan libico combattenti di matrice qaedista, provenienti da AQMI.

Tutto questo perché? Per gli specialisti si chiama ‘somalizzazione’ della Libia, la guerra iniziata a nel 2011 con quasi 10 mila missioni di attacchi a oltre 40 mila bombe e missili mentre a terra operavano Forze speciali di Francia e Qatar e una rete organizzata dalla CIA (lo racconta una inchiesta del New York Times) che riforniva di armi i gruppi che avrebbero alimentato ISIS passando, dopo la missione in Libia, in Siria e Iraq.

Risultato, con la confisca dei Fondi Sovrani libici sparirono  200 miliardi di dollari e le riserve petrolifere e gasiere sono per la maggior parte divise fra chi ha vinto quella guerra.

Quali prospettive oggi?

Usa e Unione Europea privilegiano la via del negoziato per la formazione di un Governo di Unità Nazionale che consentirebbe ai Paesi interessati missioni di sicurezza e addestramento.

Non è questa la posizione di Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico del Governo di Tobruk. Haftar si affretta a ricordare all’Europa che due dei tre terroristi di Tunisi sono stati addestrati nei campi libici per cui è seria e realistica la minaccia che ISIS arrivi in Europa, dove ha già colpito a Parigi e Danimarca. A meno che, aggiunge il generale, i Paesi occidentali non appoggino il suo tentativo di conquistare Tripoli con le armi, unica soluzione per evitare che fra i migranti clandestini si infiltrino militanti del Califfato. L’obiettivo non detto è duplice: accaparramento delle ingenti riserve energetiche e controllo della invidiabile posizione geo-strategica del Paese.

Non appaiono indicatori che lascino ipotizzare un positivo esito del negoziato.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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