Sorry for Brussels. Con l’osservatorio tg di martedì 22 marzo

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 Dovrebbe apparire ovvio, ma non lo è. Il terrorismo è per definizione un’azione dimostrativa, che si propone come obbiettivo principale di suscitare emozioni e sentimenti sia nelle popolazioni colpite che tra i fanatici che ne apprezzano l’uso. Reazioni di paura e di vendetta nelle prime, di soddisfazione e di orgoglio nei secondi. Esagero se dico che la gran parte dei titoli dei quotidiani di oggi collaborano involontariamente allo stesso obbiettivo? La “guerra all’Europa” è prima di tutto guerra alla ragione e alla dignità umana, da una parte e dall’altra. Tra la barbarie dei terroristi e i muri eretti dall’egoismo nazionalistico davanti a chi cerca un rifugio per sopravvivere, ci sono  il volto e il cartello retto da quel ragazzino profugo che appare nella foto: sorry for Brussels, sottolineato da due macchie di sangue.

“Perché usare un kamikaze invece che una bomba attivata da un telecomando?” chiede il collega Cadalanu di Repubblica a Fernando Trementini, ex generale dell’esercito ed esperto di esplosivi. “Vogliono dimostrare che la dedizione al martirio è totale” risponde l’intervistato. Giusto, ma quella è solo la prima parte della risposta. Una risposta completa aggiunge che quella “dedizione al martirio” rende più facile, sicura ed economica non soltanto la singola operazione ma tutta la “campagna” di cui fa parte. Ha ragione Matteo Renzi a dire che per combattere il fanatismo dei terroristi ci vuole l’educazione, purché però quello che intendiamo insegnare non sia contraddetto nei fatti. Libertà, uguaglianza, fraternità non possono restare soltanto parole.

Indicare la causa degli attentati nelle politiche di accoglienza non è soltanto sbagliato. E’ controproducente. Pensare di poter fermare l’immigrazione con filo spinato e cemento, questo sì significa arrendersi, aver perduto in partenza. Secoli di storia lo hanno già dimostrato. Chiunque abbia un po’ di buon senso capisce che la globalizzazione che abbiamo voluto o subito può funzionare soltanto bloccando e invertendo la rotta delle diseguaglianze crescenti. Altrimenti l’istinto di sopravvivenza dei più deboli è destinato prima o poi ad avere la meglio, a meno che per batterlo non si accetti di rinunciare a tutti i valori su cui pensiamo di aver fondato la nostra civiltà (nandocan).

***di Alberto BaldazziIl duplice attentato jihadista di questa mattina a Bruxelles che ha fatto 34 vittime ed oltre 200 feriti, scuote e sconvolge l’Europa intera. Tra aperture traboccanti dei video di quei momenti angoscianti e qualche tentativo di analisi l’informazione di serata si annulla quasi completamente.

Alle voci dei tantissimi testimoni, italiani e stranieri, che fanno ovunque la loro comparsa e alle manifestazioni unanimi di solidarietà, si accompagnano tanti dubbi e poche risposte. Tg La7 è quello che più apertamente si interroga sull’impreparazione della sicurezza belga, da mesi impegnata nelle ricerche delle cellule islamiste gravitanti attorno al quartiere di Molenbeek, e anche Tg5 che parla di “flop della sicurezza”. Tg3 intervista in studio Emma Bonino, che indica nell’assenza di un’agenzia europea comune di difesa e prevenzione la principale debolezza nella lotta contro il terrorismo. Tg1 intervista il direttore di Limes Caracciolo che inquadra il fallimento dell’integrazione nelle periferie della capitale d’Europa. Ampio spazio al discorso del premier Renzi sui Tg Rai, cui si affiancano le parole di Alfano sui livelli della sicurezza italiana. Le lacrime della Mogherini compaiono un po’ su tutti, e TgLa7 le inquadra a lungo.

I Tg Mediaset minori “celebrano” nei servizi il trionfo del terrore e della sofferenza. Tg4 apre con i filmati senza commento delle grida all’aeroporto e confeziona un servizio sui pianti dei bambini in metropolitana, che “sanno che bisogna aver paura”. La tesi esplicitata è che la matrice del terrorismo dell’Isis sarebbe chiara: il multiculturalismo in quanto tale e la proliferazione delle moschee in una “Europa non più europea”. La risposta sarebbe lo strumento repressivo sventolato da Salvini – sentito telefonicamente da Tg4 e Tg1 – che richiede interventi nei “ghetti” nel nostro Paese.

Tg2 è l’unica testata che riesce a proporre un’impaginazione articolata, nel tentativo riuscito di “non essere travolto” dagli eventi luttuosi. Mentana, invece, sui saluti finali confessa che non è stato possibile parlare d’altro. Ma se dobbiamo indicare in una serata così difficile una scelta giornalistica che merita di essere segnalata, è al Tg3 che dobbiamo rivolgerci per la decisione di mettere in parallelo le immagini di Bruxelles con quelle del campo di Idomeni, con i profughi che hanno reagito alle notizie degli attentati gridando che le vittime europee sono vittime dell’Isis quanto loro. Il bambino che espone il cartello “Sorry for Brussels” è una bella icona che demolisce l’equazione profugo-terrorista.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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