Libia. Piani Usa per l’intervento, Italia compresa

Pace e immigrati. sit in MontecitorioAl di là di qualche espressione generica (“combinare fermezza, prudenza e responsabilità”) Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha assicurato oggi in Senato che il governo non solo non deciderà niente senza la preventiva approvazione del parlamento ma neppure “si farà trascinare in avventure inutili e perfino pericolose per la nostra sicurezza nazionale”. E a chi “snocciola numeri di soldati pronti a partire” ricorda che la Libia “è grande sei volte l’Italia e conta 200 mila uomini armati tra milizie ed eserciti”. Dunque possiamo stare tranquilli?  Sembrerebbe di sì, ma non troppo. Per questo si è svolto oggi pomeriggio nei pressi di Montecitorio, in contemporanea con la relazione di Gentiloni alla Camera, un sit in contro la guerra. Hanno aderito, tra gli altri, anche Emergency, Libera, Articolo21, Legambiente, Rete per la pace. Con loro, in piazza, anche Don Luigi Ciotti e Stefano Fassina di Sinistra Italiana. Accanto alle bandiere arcobaleno, ai piedi dell’obelisco di Piazza Montecitorio sono stati aperti tanti ombrelli bianchi. “Sono il simbolo della protezione. Quella che l’Italia dovrebbe dare ai migranti”, ha detto il vice presidente dell’Arci,  Filippo Miraglia.Tranquilli sì, ma non troppo. Perché neppure la pacifica Italia si è dimostrata fino ad oggi esente da ambiguità e furbizie in circostanze analoghe. Oggi Gentiloni sostiene che “gli interventi militari non sono la soluzione” ma precisa anche che si interverrà “se e quando possibile su richiesta di un governo legittimo”. E Matteo Renzi, nel vertice con Hollande, ha fatto la voce grossa con i parlamenti libici che non approvano ancora un governo di unità nazionale. «I libici devono sapere che il tempo a loro disposizione non è infinito». A giudicare da quanto scrive il New York Times, sarebbe già pronto il piano USA per un’ondata di raid contro l’Isis insieme con Italia, Francia e Regno Unito. (nandocan).GuerraCivile1-1200x675 LIBIA

***di Ennio Remondino, 9 marzo 2016 *- Un piano dettagliato per aggredire la crescente minaccia dell’Isis in Libia, insieme agli alleati Italia, Francia e Regno Unito. Il Pentagono ha presentato suoi piani alla Casa Bianca, offrendo ad Obama la scelta tra diverse opzioni, a partire da quella che prevede un fuoco di fila di bombardamenti aerei, droni compresi pronti a Sigonella. Dubbi politici e preoccupazioni anche tecniche. Vediamo.

L’obiettivo dei possibili raid – spiega il New York Times – sono campi di addestramento, centri di comando, depositi di munizioni e altri siti in cui si raggruppano i militanti dello Stato islamico: almeno 30-40 ‘target’ in quattro aree del Paese nordafricano. Nei piani del Pentagono, neppure citato il Governo di Unità nazionale libico che, afferma l’Italia, dovrà invitarci a intervenire in casa altrui.

Altro scenario, ennesima versione contraddittoria. Vertice Italia-Francia a Venezia. In Libia bisogna “agire”, sostiene Hollande con Renzi: “la minaccia dell’Isis incombe, come hanno dimostrato anche gli attacchi di ieri al confine con la Tunisia, e bisogna evitare il caos che alimenta solo il terrorismo. Deve agire l’Europa, devono agire i nostri paesi”. Diamoci una mossa, sollecita la Francia bersaglio.

Francois Hollande lascia capire, oltre le parole, l’urgenza e la determinazione nell’affrontare la questione. Sulla Libia, lettura francese dei fatti, ci sono state “troppe aspettative e fatte poche pressioni”. Anche per Parigi l’obiettivo resta quello della formazione di un governo di unità nazionale ma quell’esecutivo rimane una chimera. Quindi? Rischio invasione bis come Sarkozy?

Renzi rincorre. È nell’interesse di tutti, ma ancor prima dei libici la formazione del governo. «Ma i libici devono sapere che il tempo a loro disposizione non è infinito». Renzi conferma le anticipazioni del NYT. “15 giorni fa l’intervento contro un gruppo di Daesh vicini agli attentati del Bardo, di cui eravamo informati”. La guerra smentita domenica nel salotto tv della D’Urso torna imminente?

PIANI DI GUERRA
Da Washington sul Corsera Guido Olimpio svela i piani d’attacco in Libia già belli e pronti.
Lo schieramento degli aerei di sorveglianza sulla Libia. Le sentinelle che da settimane scrutano il terreno a caccia di terroristi dell’Isis. Quelli che si muovono tra Sirte e Sabratha, e quelli in zone della Tunisia. Tutti possibili obiettivi di una futura campagna aerea messa a punto dal Pentagono. Tra i 30 e i 40 obiettivi. Bersaglio, l’apparato militare dello Stato Islamico, circa 5-8 mila uomini (i numeri variano) distribuiti in diverse località, colonne che fanno riferimento al quartier generale di Sirte.

Washington ha previsto un intervento massiccio affidato alle tre componenti.
1) I caccia F15 basati in Gran Bretagna come avvenuto a Sabratha. Altri jet potrebbero essere mobilitati in diverse installazioni per dare un maggior peso.
2) Poi i droni schierati a Sigonella, per i quali, ci è stato raccontato, servirà un placet formale dell’Italia.
3) Quindi missioni affidate alla Delta Force per incursioni lampo sul territorio libico.

Gli Stati Uniti (ma anche l’Italia a quanto si sa) contano su alcune formazioni libiche nemiche di Isis. Segnale, la consegna da parte dell’Egitto di altri sei Mig 21 e altrettanti elicotteri Mi-8 allo schieramento del generale Haftar, l’uomo forte di Bengasi, sostenuto dai francesi e dal Cairo. Pronti alla guerra tra molte perplessità. Il timore che i bombardamenti rendano ancora più fragili le debolissime istituzioni libiche.

Riserve anche tattiche. Un coordinamento tra le forze speciali occidentali non buono. Priorità diverse legate a interessi regionali. Difficoltà nel raccogliere informazioni sui jihadisti Isis. Un modo per guadagnare tempo? Tutto questo non impedirà agli Usa di condurre raid limitati, una soluzione intermedia per mantenere la pressione sul nemico senza aprire un terzo fronte di guerra.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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