La Commissione Antimafia e i giornalisti minacciati

LiberaUna settimana fa la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie ha approvato all’unanimità la prima relazione sul rapporto tra mafia e informazione. Claudio Fava, vice presidente della commissione, ne riassume l’attività nell’articolo che segue, pubblicato da Liberainformazione. Che il nostro parlamento abbia fatto proprie finalmente le denunce che da anni vengono fatte in Italia da articolo 21 e da Ossigeno per l’informazione non può che aprire il cuore alla speranza che alle parole seguano i fatti, a cominciare da una seria riforma della legge professionale del 1963, vecchia e obsoleta da mezzo secolo (nandocan).

***di Claudio Fava, il La prima relazione che la Commissione Antimafia dedica, nei suoi 50 anni di attività, al rapporto tra mafie e informazioni non è un titolo di merito ma il segno di una necessità. Per le cifre che la cronaca ci consegna, tre giornalisti minacciati ogni due giorni con un incremento quasi esponenziale negli ultimi anni. E per la realtà di un mestiere in cui non basta assumersi, spesso in solitudine, il fardello del rischio ma occorre farsi carico anche di una precarietà umiliante.

Metà dei giornalisti che hanno ricevuto segnali di “attenzione” da parte delle mafie non hanno nemmeno un contratto, vengono ricompensati con pochi euro ad articolo, a volte non sono nemmeno iscritti all’Ordine: giornalisti di fatto ma non di nome, per i rigidi formalismi della nostra legge.

C’è una parola che li racconta e ne descrive la fatica e l’isolamento professionale:freelance. Ossia senza patria, senza cittadinanza nella professione, invisibili, clandestini. Per tutti, tranne per quelli che li vogliono costringere al silenzio con ogni mezzo.

Solo un dato di cronaca: tre degli otto giornalisti uccisi in Sicilia – Alfano, Rostagno e Impastato – non erano nemmeno pubblicisti. Abusivi ai sensi di legge. Ma considerati talmente bravi e dannosi per Cosa Nostra da doverne ordinare la soppressione.

La relazione dell’Antimafia non ha voluto raccontare quei morti per evitare il rito delle celebrazioni, appagante ma ripetitivo. Ha scelto di raccontare i vivi dando loro la parola, raccogliendo decine di audizioni e centinaia di ore di verbali.

Volevamo che fosse il loro sguardo a guidarci lungo le trincee spesso sconosciute di questo mestiere. Molti di loro hanno nomi ignoti, nessun rotocalco s’è mai occupato delle loro storie, nessun riflettore s’è acceso sui loro rischi: eppure se l’informazione in Italia resta uno degli strumenti di racconto e denuncia più efficaci nei confronti delle mafie, è a quei giovani cronisti che lo dobbiamo.

E non sono le dieci righe di solidarietà che li rincuoreranno alla prossima minaccia: per farli uscire da quel cono di rischio e d’ombra occorre una sola cosa, mettersi sulle spalle le storie che loro raccontano, farle diventare di tutti, narrazioni popolari e diffuse, non affidate alla caparbietà di pochi.

Così non è. Non sempre almeno. Il comunicato di solidarietà non si nega a nessuno ma la scelta di condividere quei loro racconti è più complicata. Anche su questo la relazione riferisce, documenta, spiega. E dà conto di quella parte d’informazione – per fortuna limitata – che ha scelto la via comoda della reticenza, se non del fiancheggiamento mafioso.

Storie di silenzi editoriali lunghi e opachi che abbiamo ricostruito grazie alla voce di chi quei silenzi li ha subiti sulla propria carne o attraverso i molti atti giudiziari che documentano e dimostrano le aree di contiguità tra alcuni giornali e le cosche mafiose.

Storie ricostruite sempre con nomi e cognomi, chi rischia e chi tace, perché una indagine sul giornalismo e la mafia non poteva permettersi il lusso dell’allusività, della diplomazia o – peggio – della reticenza. Il 2 marzo la nostra relazione è stata approvata alla Camera all’unanimità, buon segno per il paese: purché non resti solo un atto di cortesia istituzionale.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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