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Ordine dei Giornalisti: l’arroccamento equivarrebbe a un danno per la categoria

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La proposta di Carlo Verna di “sedersi a un tavolo e ragionare”, mi parrebbe, scusate il bisticcio, ragionevole. Se in parlamento si manifesta per la prima volta, dopo decenni di resistenze (perché è giusto considerarle tali), la volontà della maggioranza di restituire all’Ordine il ruolo attribuitogli dai fondatori di garante della formazione, dell’accesso e  del rispetto dell’etica professionale nel giornalismo italiano, farebbe felici molti di noi. Purtroppo il destino che hanno avuto le proposte di una riforma adeguata ci fa ancora temere che buona parte dei politici degli editori  preferisca qualche modifica di facciata che lasci l’Ordine nell’attuale impotenza. Ma vale la pena di insistere. Chi è per l’abolizione, magari con il passaggio di alcune funzioni essenziali alla Federazione nazionale della Stampa, si metta l’animo in pace. Se i provvedimenti non vengono presi in considerazione oggi con un ente di diritto pubblico, meno che mai lo saranno con un’associazione sindacale privata come la FNSI (nandocan).

***di , 7 marzo 2016 – Ordine dei giornalisti: stavolta non puo’ esserci una via di mezzo tra quelli che plaudono e quelli che temono. L’iniziativa riformista che ha passato il vaglio della Camera va pienamente apprezzata, poi si puo’ discutere su come provare a correggerla o migliorarla , a patto che non sia un pretesto per insabbiarla . Intanto‎ intercetta la volonta’ di cambiare e di innovare della stragrande maggioranza della categoria , espressa dai presidenti di molti ordini regionali e dalla Fnsi. La legge Gonella,ottima per gli anni 60,e’ oggi un colabrodo rispetto a quelle che sono le esigenze del giornalismo . Era piu’ o meno l’epoca del carosello in cui in una celebre reclame di brillantina,l’infallibile investigatore riconosceva di aver pure lui commesso un errore. Spieghiamo subito quale fu l’errore di prospettiva della Gonella,cui si sta ponendo rimedio per cominciare a ripartire , perchè è ovvio che la riforma sarà completa solo quando si parlerà di giornalismi e di accesso, piloni fondamentali accanto a formazione e deontologia.
All’art 16 della legge istitutiva fu scritto :” Il Consiglio nazionale è composto in ragione di due professionisti e un pubblicista per ogni Ordine regionale o interregionale, iscritti nei rispettivi elenchi “. E fin qui ci siamo. Il rapporto è lo stesso esistente nei consigli regionali .Poi si penso’ che evidentemente le regioni non fossero per dimensioni ed iscritti tutte uguali, ma anzichè contingentare comunque un numero massimo si aggiunse: ” Gli Ordini regionali o interregionali che hanno più di 500 professionisti iscritti eleggono un altro consigliere nazionale appartenente alla medesima categoria ogni 500 professionisti eccedenti tale numero o frazione di 500 superiore alla metà.

Conformemente, gli Ordini regionali o interregionali che hanno più di 1000 pubblicisti iscritti eleggono un altro consigliere nazionale appartenente alla medesima categoria ogni 1000 pubblicisti eccedenti tale numero… “. La deriva pletorica e il problema di rappresentanza iniziarono cosi’. Il legislatore sta ora semplicemente correggendo questo piccolo grande errore,in buona sostanza riconosciuto anche dallo stesso Consiglio Nazionale , che ravvisando l’esigenza di riforma,pur senza l’entusiasmo di una larga maggioranza, riconobbe che non potessero esserci 73 pubblicisti e 71 professionisti e votò per un drastico ridimensionamento del numero di consiglieri e per un rapporto 3 a 2 a vantaggio dei professionisti. Quel “patto” interno di compromesso non è stato nei mesi successivi portato avanti e ora il cannoneggiamento conservativo è danno ulteriore alla possibilità di sedersi a un tavolo e ragionare. Non tanto sul rapporto, che riafferma in sostanza quello della Gonella, quanto per esempio su un numero di consiglieri tale da garantire un’ idonea rappresentanza anche territoriale soprattutto del pubblicismo, che è parte importante del giornalismo italiano, ma che nel consiglio attuale è parte prevalente e cosi’ non può essere.
Pochi 36 consiglieri per garantire funzionamento e rappresentanza. Cosi’ come si deve lavorare per consentire l’elettorato passivo al pubblicista, che riceva contributi previdenziali per il lavoro giornalistico svolto , a prescindere se l’editore l’indirizzi correttamente all’Inpgi oppure no. Occorre assumersi la responsabilità del dialogo, sapendo che arroccamento equivale a danno per la categoria e che il cammino di cambiamento è solo al primo passo. Per andare veramente avanti bene , da un lato bisogna rispettare le prerogative del legislatore, dall’altro pretendere di esser coinvolti in un confronto che guardi lontano, a partire dalla vorticose trasformazioni della professione nell’era dei social , e non all’ombelico.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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