Ciao Roberto, amico di Articolo21

MILANO - 07/11/2009 - PREMIAZIONE CRONISTA DELL'ANNO - COSTA ROBERTO - FOTO MARCO LUSSOSO/NEWPRESS

Un caratteraccio. Se chiudo gli occhi, mi pare ancora di sentire il suo vociare alterato nei corridoi della redazione per i colleghi che si attardavano ancora a scrivere qualche minuto prima della messa in  onda del telegiornale. Al Tg2, Roberto Costa (mai saputo che si chiamasse Mario) è stato nei vent’anni che abbiamo lavorato in quella nobile testata uno straordinario “uomo macchina”. Che è poi un giornalista a cui non capita quasi mai di uscire per un servizio ma senza il quale non uscirebbe neppure il giornale. Andrea Barbato, che gli aveva affidato l’edizione del nuovo telegiornale, lo apprezzava moltissimo, come pure  i colleghi che avevano imparato a conoscere, dietro quei modi bruschi e spicciativi, un compagno di lavoro generoso e cordiale. Non soltanto per per lui, i guai vennero con la militarizzazione delle redazioni per opera dei direttori di nomina berlusconiana, a cominciare da Mimun. Così lui prese la via di Milano, dove l’accolsero volentieri e gli permisero di curare una trasmissione, “Il circolo delle 12”, che ebbe un certo successo anche tra i giovani. “Attualità di Montaigne”, un mio reportage dalla terra del grande filosofo che non era riuscito a trovar posto nel tg2, trovò ospitalità in quel programma. E quella fu l’ultima occasione che avemmo per incontrarci. Ciao Roberto. (nandocan)

***di , 3 marzo 2016 – Con Mario Costa, per tutti Roberto, non se ne va solo un grande giornalista, un fratello, ma anche un po’ di noi: di me sicuramente. Chi ha avuto la grande fortuna di lavorare nelle sue redazioni ha imparato che prima di tutto bisogna essere resistenti alle ingerenze della politica, contro le censure di ogni tipo, combattere per la libertà di espressione e l’indipendenza dei giornalisti, anche per questo è stato, sin dall’inizio, un amico di Articolo21. Senza retorica, Roberto è stato un giornalista come quelli raccontati nei film americani, sigaretta in bocca, bicchiere di whisky accanto alla macchina da scrivere, la valigia sotto la sedia, sempre pronto ad essere testimone del tempo per raccontare una storia nuova, in Vietnam oppure a Cassino, non aveva importanza: il giornalista va dove i fatti accadono. Sono pochi quelli che ho conosciuto in grado di dettare un pezzo senza averlo scritto come se fosse stato scritto: Roberto era uno di questi e l’altro era Enzo Biagi. Roberto è stato un capo molto generoso, non geloso del suo essere grande talento (come disse di lui Angelo Guglielmi quando lasciò la Rai), un talento mai ostentato, pronto a scrivere una breve come fosse un editoriale, maestro del mestiere.

Non per niente è stato, quello che in gergo giornalistico si chiama un “uomo macchina”. Fare un tg è complesso, non si esaurisce con la decisione: “Questa sera parliamo di…”, bisogna assegnare i servizi, organizzare le riprese, i montaggi, i collegamenti nazionali e internazionali. Roberto era un carro armato produttivo. Lo sapevano bene i direttori con cui ha lavorato, quelli che lui ha considerato tali: Enzo Biagi, Villy De Luca, Ugo Zatterin e Andrea Barbato con il quale ha condiviso il glorioso Tg 2 Studio Aperto. Inviato speciale, caporedattore, vicedirettore, entrato in Rai nel 1959 dopo il praticantato alla Nazione di Firenze. Un duro, facile allo scontro con il potere, che gli veniva anche bene. Un esempio di giornalista dalla schiena dritta. Nel 1994, dopo aver rifiutato la proposta di dirigere Rai3 perché lui, soprattutto la sua storia, non avrebbe potuto avere a che fare con nomine uscite da un governo presieduto da Silvio Berlusconi.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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