Qualcuno ci aveva avvertiti. “Con Calabresi Repubblica svolterà a destra”

Calabresi Mario a repubblica“Con Calabresi Repubblica svolterà a destra”. Ci aveva avvertito, il 19 dicembre scorso, Emilio Piervincenzi, a lungo inviato speciale e caporedattore della Repubblica, così titolando un articolo su E Polis da me ripreso per questo blog.  Tuttavia a quel titolo volli aggiungere un punto interrogativo. Perché in definitiva si tratta di un’opinione, pensavo e scrivevo. Anche se bene argomentata e, dato l’orientamento sempre più filo-renziano dell’editore De Benedetti, abbastanza credibile. Non sapevo allora che lo stesso De Benedetti avrebbe acquisito oggi il controllo della Stampa di Torino, ma è chiaro che l’operazione politica del passaggio a Repubblica del direttore della Stampa ha preceduto l’operazione finanziaria. “Avremo presto – scrivevo dunque a dicembre – il  modo di verificare nei fatti l’annunciata conversione al renzismo del primo (o secondo) quotidiano italiano”.

Bene, nel giro di qualche  settimana non soltanto Repubblica ha confermato la previsione di Piervincenzi. Perfino il grande giornalista suo fondatore, Eugenio Scalfari, nell’editoriale di domenica scorsa ha provato a creare un Matteo Renzi a sua immagine e somiglianza, tanto da considerare insignificante l’ingresso dell’ex portavoce di Berlusconi nella maggioranza di governo con il voto di fiducia. Ma tornando a Calabresi, aveva lui stesso provveduto a metterci sull’avviso con un editoriale su “La Stampa” del 14 maggio 2015. Dove contrapponeva “il Paese che dice sì” a non meglio identificati “cultori del no”. “Ma c’è anche il “sissignore” – commentavo in quella occasione – e anche da quello bisogna guardarsi. Perché nel libero confronto dei sì e dei no consiste la democrazia. Il resto è confusione e retorica”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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