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Dalla Libia all’Iraq le nostre guerre per “risolvere le controversie internazionali”

Ashton Carter, segretario alla difesa USA
Ashton Carter, segretario alla difesa USA

CON NOI AL COMANDO – In Iraq come in Libia, il problema è quello di sapere in quali e quanti pasticci, per usare un eufemismo, ci stiamo infilando. Ieri i governi americano e italiano hanno ribadito che è indispensabile in Libia un governo di unità nazionale per dare il via alla progettata missione ONU sotto il probabile comando italiano.

IN LIBIA – Più di  11mila uomini da impegnare in un’ operazione imponente sotto il profilo militare, ma anche assai delicata proprio per la vicinanza con il nostro Paese e per le ritorsioni che potrebbe scatenare da parte dei terroristi dell’Isis. Ci sono già gli elicotteri da combattimento, le navi schierate nel Mediterraneo in servizio di pattugliamento per l’emergenza migranti, gli aerei e i sommergibili.

AL BUIO? – Ma è una missione ancora al buio da un punto di vista strategico. Che cosa succederebbe se altri paesi occidentali coinvolti, come Francia e Inghilterra già attivi sul posto a fianco degli Stati Uniti, stanchi di attendere il verificarsi a Tobruk o a Tripoli dell'”indispensabile” condizione di unità fra le decine di tribù del paese nostro dirimpettaio,  dovessero dare il via ad un conflitto allargato?

E POI C’E’ L’IRAQ – Come se non fossero sufficienti le altre missioni in corso sia lì che in altre zone calde del globo, altri 500 dei nostri militari partiranno tra un paio di mesi per difendere una diga nelle immediate vicinanze di Mosul, tutt’ora occupata dall’Isis, mentre una ditta italiana procederà a un rischiosissimo lavoro di restauro. E di quale rischio si tratti, come riferisce sul suo RemoContro Ennio Remondino, ce lo hanno detto ieri i nostri alleati USA,  mettendo in guardia i residenti lungo il fiume Tigri sul rischio non ipotetico di un cedimento della diga medesima. Una catastrofe che metterebbe in pericolo di vita quasi un milione e mezzo di iracheni.

CHE C’ENTRA L’ARTICOLO 11? – Se poi, spaventato da tutto questo, qualche noioso pacifista ritira fuori l’articolo 11 della nostra Costituzione dove si dice che l’Italia ripudia la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ecco che viene accolto da uno sbuffo di noia accompagnato, nel più gentile dei casi, dalla giusta precisazione che nello stesso articolo “consente alle limitazioni di sovranità necessarie ecc.ecc.” Del resto, abbiamo ampiamente dimostrato in questi anni che le nostre guerre non risolvono affatto le controversie internazionali, semmai le alimentano (nandocan).

Diga copertina

***La Diga di Mosul affidata all’Italia a rischio catastrofe, di Ennio Remondino, 1 marzo 2016 – Sembrava una operazione di pura convenienza, più commerciale che politica: lavori affidati a una ditta italiana a costo della scorta armata garantita dal nostro esercito. Peccato che dietro, ben oltre la minaccia dei terroristi Isis, il rischio di una catastrofe ambientale di dimensioni apocalittiche. Il governo iracheno e l’ambasciata Usa a Baghdad mettono in guardia i residenti lungo il fiume Tigri su un possibile cedimento della diga di Mosul. “Serio rischio di cedimento della diga di Mosul, sarebbe un disastro mille volte peggio di Katrina”.

L’ambasciata Usa, in particolare, citata dalla stampa locale, afferma che una rapida evacuazione delle popolazioni lungo il fiume Tigri sarebbe il primo intervento da adottare, se il cedimento dovesse effettivamente avvenire. Il governo di Baghdad sottolinea che un crollo della diga “è molto improbabile, specialmente con le precauzioni prese dalle autorità” anche se stima che un crollo della diga potrebbe provocare la morte di quasi 1,5 milioni di iracheni che vivono lungo il Tigri.

Una catastrofe mille volte peggio di Katrina. La diga è stata costruita un letto di argilla e gesso ed è debole di suo. E’ stata tenuta in piedi con continue iniezioni di cemento ma dal 2014 manutenzione a singhiozzo per la presenza dell’Isis a pochi chilometri. Se dovesse crollare, hanno calcolato gli ingegneri, un’onda di oltre 20 metri di altezza travolgerebbe Mosul, l’onda arriverebbe poi a Tikrik alta ancora 15 metri, sfonderebbe la piccola diga di Samarra e travolgerebbe anche parte di Baghdad, con un’altezza di 4-5 metri. In tutto 450 chilometri di devastazione totale lungo il corso del Tigri.

Tra maggio-giugno è previsto l’arrivo dei circa 500 militari italiani a Mosul per la protezione dei lavori di ristrutturazione della diga, il cui appalto è stato assegnato all’azienda Trevi di Cesena. Il contingente potrebbe essere costituito dai bersaglieri della brigata Garibaldi, con mezzi blindati e copertura aerea. Compito dei militari sarà quello di garantire ‘una cornice di sicurezza’ per i tecnici che lavoreranno sul cantiere. Sopralluoghi e ricognizioni sul posto sono già stati fatti ed i piani di invio da parte dei vertici della Difesa sarebbero in fase avanzata.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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