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Lo so…la vita ha sempre ragione (Sei là…a vida tem sempre razão)

Toquinho e ViniciusRoma, 28 febbraio 2016 – Una canzone e un epigramma. Oggi è domenica e ho pensato di lasciar perdere l’attualità politica (nandocan magazine 1) per dedicare un po’ di tempo all’altro mio blog, quello più personale (nandocan magazine 2). Anche perché è un po’ di tempo che lo trascuro e avrei voglia di rilanciarlo. Lo faccio allora prendendo spunto da una vecchia canzone di Toquinho e Vinicius de Moraes, “Sei là…a vida tem sempre razão”, molto bella, che molti di voi conosceranno, ma della quale non ero riuscito a trovare una traduzione decente in italiano che potesse accompagnarsi alla stessa musica. Con l’aiuto di mia figlia Alessandra, che conosce il portoghese, ho provato a farlo io e quello che segue è il testo che vi propongo, naturalmente insieme alla versione originale cantata da Toquinho. Se c’è qualcuno che ha una chitarra e volesse provare a cantarla, mi farebbe piacere. Su un tema analogo ho scritto anche un nuovo epigramma, intitolato “Mosca cieca”, che pubblico a parte su magazine 2. (nandocan)

 

E’ già qualche giorno che penso alla vita

E sinceramente non vedo l’uscita.

Come, per esempio, non riesco a capire

perché appena nato cominci a morire.

Sei appena arrivato che devi lasciare

Perché non c’è nulla che possa restare.

Non so… lo so… la vita è una grande illusion

Non so… però… la vita ha ragione e io no

Nessuno sa bene che cosa aspettarsi

progetta, fa finta di dimenticarsi

che niente rinasce prima di cessare

e il sole che sorge dovrà tramontare

Non servirà a niente tenersene fuori

Se pensi alle gioie non pensi ai dolori

Non so…però… ci vuole passione, lo so,

Non so… lo so… la vita ha ragione e io no.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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