Sequestro Abu Omar: Italia colpevole per abuso del segreto di Stato

epa03403140 (FILE) A file photograph showing Egyptian Skeikh Osama Hassan Mustafa Nasr known as Abu Omar displaying a dark scar on his arm at a court house in Alexandria, Egypt, on 22 February 2007. Reports state on 19 September 2012 that Italy's top court of appeals upheld the convictions of 22 CIA agents and a retired US air force officer found guilty of abducting Muslim cleric Hassan Mustafa Omar Nasr also known as Abu Omar from Milan in 2003. The Court of Cassation confirmed the seven-year sentences for 22 of them and a nine-year term for former Milan station chief Robert Seldon Lady. EPA/STRINGER

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar. Le autorità italiane erano a conoscenza che Abu Omar era stato vittima, nell’agosto di dieci anni fa, di un’operazione di “extraordinary rendition” ( in realtà si è trattato di un vero sequestro di persona) da parte della Cia con l’aiuto dei nostri servizi segreti. Dieci anni di “riti”giudiziari si concludono, se non vi saranno altri colpi di scena, con il pagamento da parte dello Stato italiano di 70 mila euro a Abu Omar, di 15 mila a sua moglie per danni morali più le spese. Non molto, direi quasi una beffa, se si considera che, come scrive Piero Colaprico sulla repubblica di oggi, “una volta in Egitto, la vita di Abu è stata all’insegna di elettroshock, due abusi sessuali, umiliazioni, mazzate, ferite. Nel loculo senz’acqua, luce e finestre dov’era, si fa per dire, custodito, non gli indicavano neppure dov’era la direzione della Mecca, per pregare”.

Come per lo spionaggio rivelato ieri da Wikileaks, sia la vicenda del sequestro che le sue conseguenze giudiziarie si sono svolte nel tacito accordo del governo italiano con il suo “principale alleato”, boicottando l’azione della magistratura rappresentata dai procuratori Pomarici e Spataro. In particolare con l’opposizione del segreto di stato al rinvio a giudizio del generale Pollari, direttore del SISMI e del suo vice Mancini.  Un accordo ovviamente mai reso pubblico, ma di fatto documentato dalle decisioni assunte nel tempo dalla Presidenza della Repubblica e dal ministero della giustizia italiano.

Sta di fatto che nessuno dei 25 cittadini americani (24 agenti della Cia e un ufficiale dell’aviazione), condannati in via definitiva per il sequestro Abu Omar, ha scontato o sconterà un solo giorno di carcere. Non diversamente è andata per i loro complici italiani. Fra ricorsi e controricorsi, condanne e annullamenti, si è alla fine arrivati alla Corte di Cassazione e alla Corte Costituzionale che hanno chiuso definitivamente la questione stabilendo che il segreto di Stato valeva anche per la gestione dell’operazione da parte dei vertici italiani e quindi per gli ordini agli agenti.

Chissà, forse faceva parte del rito anche la risoluzione con cui, nel febbraio 2007, il Parlamento Europeo ha “deplorato” la passività del governo italiano nella vicenda. Altro che passività. Dando alle cose il loro vero nome, c’è stata una promessa di sostanziale impunità fatta agli Stati Uniti, a cui si sono adeguati tutti i ministri della giustizia succedutisi fino al 21 dicembre 2012, quando la Cassazione rende definitive le “condanne” per 25 agenti della Cia e un ex ufficiale dell’aviazione americana. Con “pene” che, in un caso, arrivano a 9 anni di reclusione (Bob Lady, ex capocentro di Langley a Milano) e in tutti gli altri a 7 anni.

A quel punto,  come da copione, il ministro Severino interviene con una circolare in cui si prova a soddisfare la richiesta di Washington di non dare corso all’esecuzione delle condanne. E la medesima strada seguiranno il ministro Annamaria Cancellieri e l’attuale guardasigilli Andrea Orlando. Per non parlare del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nell’aprile del 2013 ha concesso la grazia a Joseph Romano (l’ufficiale dell’aviazione statunitense condannato insieme agli agenti della Cia).

Infine, nel dicembre scorso, il Presidente Sergio Mattarella, osservando che «con l’amministrazione Obama si è interrotta la pratica delle extraordinary renditions» e «al fine di riequilibrare le pene inflitte dai giudici», firma (con il parere favorevole del ministro della giustizia e quello contrario della Procura generale di Milano) due nuovi decreti di “grazia” parziale per altrettanti ex agenti Cia, Betnie Medero per la pena ancora da espiare (tre anni di reclusione), e Robert Seldon (due anni).

Vicenda chiusa? Calerà finalmente il sipario? No, perché  La Corte di appello di Lisbona ha appena concesso l’estradizione in Italia dell’ex agente della Cia Sabrina De Sousa, condannata in via definitiva a sette anni di reclusione per il sequestro dell’imam egiziano. Di questo ultimo “rito”, la richiesta di estradizione, forse ci si era dimenticati. Ma non è difficile prevedere che, una volta in Italia, anche la signora De Sousa, 60 anni, doppia nazionalità portoghese e americana, sarà graziata.

Del resto, la De Sousa continua a protestarsi innocente ,sostenendo che il giorno del rapimento di Abu Omar a Milano lei era a sciare a Madonna di Campiglio. Tuttavia, nei mesi scorsi, l’ex agente ha concesso una lunga intervista ad un periodico americano alludendo ad “accordi tra Stati” intervenuti nel caso Abu Omar. E pertanto il tenacissimo Armando Spataro, oggi procuratore capo di Torino, non ha smesso di sperare che, se e quando l’estradizione verrà confermata, la Sousa si decida finalmente a raccontare ai giudici italiani quello che sa sulla vicenda Abu Omar. E che, sin qui, ha ritenuto di dover riferire solo alla stampa americana.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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