Reagire con gli USA? Come da copione

Marnetto-Massimo-1-164x200(1)***da Massimo Marnetto, 24 febbraio 2016 – Decidiamo noi quando e dove intervenire in Italia. E’ questa – in sintesi – l’arrogante motivazione che viene dal governo americano, per aver violato la riservatezza delle conversazioni di un capo di governo nazionale. Chi si aspettava delle scuse – anche se attutite con il registro diplomatico del “rammarico” – è rimasto deluso, ma non sorpreso. L’Italia ha scelto da tempo di non pagare il prezzo della propria sovranità, concedendo sottomissione in cambio di affari e protezione.

Così, quando scoppia un “caso” come le intromissioni della National Security Agency, si concorda un copione da dare in pasto alla pubblica opinione, ritualmente composto da tre fasi: drammatizzazione, scontro, riappacificazione. Ovvero, convocazione dell’ambasciatore; “franco scambio di opinioni”; comunicato che certifica il “reciproco impegno a preservare gli ottimi rapporti tra i due stati”.
Ma questo è niente, rispetto alla cessione di sovranità che USA  e UE stanno negoziando per l’adesione al Trattato Transatlantico di Investimenti e Partnership (TTIP).
Se dovesse andare in porto questo accordo – circondato da un inquietante cortina di riservatezza – le multinazionali potrebbero portare in giudizio uno stato, dimostrando che ha adottato leggi peggiorative dei rendimenti iniziali. Cioè, lo Stato non potrebbe – per esempio – alzare il minimo retributivo salariale o imporre controlli di qualità più stringenti (e costosi) per legge, di quanto non fosse previsto alla data della sottoscrizione del Ttip.
Come si vede, il trattato non è commerciale, ma politico. Non è di “libero scambio”, ma di ingerenza programmata. Perché conforma decisioni sulla vita di tanti, ad esigenze di profitto per pochi. Qui non c’è da convocare alcun ambasciatore, ma la nostra dignità e resistenza. I due pilastri della sovranità personale, senza la quale non esiste quella nazionale.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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