Guantanamo, il supercarcere della vergogna chiuderà per debiti

La motivazione ricorda il precedente grottesco dell’arresto di Al Capone per evasione fiscale, ma fa lo stesso. Obama lo promise già nel 2008. Se fu obbligato a desistere quando doveva fare i conti con un Congresso decisamente più favorevole dell’attuale, non è facile immaginare che possa farlo adesso, anche se è comprensibile che voglia provarci prima della fine del mandato. Nel supercarcere che si trova nell’isola di Cuba si trovano ancora 91 detenuti e circa 2.000 tra civili e militari a vigilarli e tenere in piedi la struttura. In passato, il supercarcere è arrivato a rinchiudere 680 prigionieri. Sospetti di terrorismo catturati illegalmente nel mondo e detenuti senza processo (nandocan)
gettyimages-98165799

***di 23 febbraio 2016 – Barack Obama presenterà al Congresso il piano della Casa Bianca e del Pentagono per la chiusura di Guantanamo. Una chiusura che il presidente Usa promise già nel 2008 e che vorrebbe realizzare prima della fine del suo mandato presidenziale. Nel supercarcere che si trova nell’isola di Cuba si trovano ancora 91 detenuti e personale formato da circa 2.000 tra civili e militari.
La chiusura viene motivata con gli elevatissimi costi della struttura e con il fatto che viene utilizzata dalla propaganda dell’estremismo islamico per reclutare adepti. I dettagli saranno spiegati nelle prossime ore.
Una parte dei prigionieri, comunque, verrà trasferita in altri Paesi, mentre i restanti detenuti – quelli giudicati troppo pericolosi – verranno trasferiti in un penitenziario sul suolo statunitense.
Incerto l’esito dell’esame del piano in Congresso dove in molti, non solo tra i repubblicani, gia’ promettono battaglia.

Esattamente sette anni fa, il 22 gennaio 2009, l’allora neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama, firmò il decreto esecutivo per la chiusura di Guantanamo. Quello fu il primo provvedimento d’imperio preso dal nuovo inquilino della Casa Bianca subito dopo l’insediamento e l’esordio nel discorso sullo stato dell’Unione.
Chiudere la prigione off-shore è stata uno dei principali impegni presi da Obama in campagna elettorale, una priorità del suo programma di governo rilanciata con forza nel primo intervento da presidente davanti al popolo.

Quella promessa è giunta esattamente altri sette anni da quando era iniziata la saga del carcere militare cubano, in quell’11 gennaio 2002 quando il primo gruppo di terroristi catturati soprattutto nella guerra in Afghanistan iniziata ad ottobre dell’anno precedente, in risposta agli attentati dell’11 settembre, fu internato nella nuova struttura. E sempre a gennaio, ma questa volta il 12 di quest’anno, nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione Obama ha promesso ogni sforzo per portare a compimento l’opera chiedendo al congresso di collaborare alla chiusura della prigione off-shore.

Nella sua battaglia di Obama ha dovuto fare i conti con aspetti legali, ovvero far giudicare i detenuti che rimanevano in Usa da Corti federali civili e non dai tribunali militari istituiti a Guantanamo. Ma soprattutto trovare una sistemazione ai prigionieri, gran parte dei quali senza processo. Il trasferimento nelle carceri Usa ha sollevato le proteste di una parte della popolazione americana che temeva in una sorta di contaminazione, o addirittura che le carceri diventassero luoghi di pellegrinaggio da parte di simpatizzanti estremisti.

Obama ha avviato trattative con i Paesi di origine dei detenuti, o che si offrivano di ospitare in strutture detentive locali gli ex di Gitmo, giunti nell’anno successivo all’apertura del carcere off-shore, a una quota massima di 680 prigionieri. Ebbene a conti fatti Obama non sembra così lontano dal traguardo, visto che per la prima volta, il numero dei detenuti nella base della marina militare Usa è sceso al di sotto dei cento dal 2002.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti