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Bilancio militare Usa. La superpotenza divora 764 miliardi

Che gli Stati Uniti d’America avessero il bilancio militare più consistente del pianeta nessuno poteva metterlo in dubbio. Ma che la spesa federale fosse equivalente a quella dei dieci paesi che li seguono in graduatoria, ammetto che non riuscivo ad immaginarlo. Gli americani investono nella difesa, compresa ovviamente quella armata dei loro interessi politici ed economici in varie parti del mondo, una cifra assai vicina a quella per la loro sicurezza sociale. Nella colonnina blu del grafico la spesa statunitense ha a fianco quella degli altri 14 paesi in cima alla graduatoria mondiale. Sulla sinistra, in grigio la spesa di tutto il resto del mondo supera di poco la metà della superpotenza. I dati sono quelli del 2013 pubblicati dal britannico IISS (International Institute for Strategic Studies).

Bilanci col trucco – Per il 2016, la spesa prevista è di 534 miliardi di dollari, il 3,2% del Pil, ma è soltanto la spesa “base” alla quale va aggiunto il finanziamento delle missioni all’estero, le ‘Overseas Contingency Operations’, che sono 50,9 miliardi. Afghanistan, Iraq, Siria e domani, forse, la Libia. Ci sarebbero poi gli stanziamenti ad altri Dipartimenti ma comunque legati alla Difesa e al suo personale. Dipartimento per i Veterani (70,2 mld); Aiuti militari all’estero (46,3 mld); Dipartimento Homeland Security (41,2 mld); Cybersecurity (8,4 mld); Sicurezza Nucleare (12,6 mld). I dati sono sempre quelli dell’IISS, riportati da RemoContro, il sito di Ennio Remondino. Ecco come si arriva a sfiorare i 764 miliardi, collocandosi come seconda voce di spesa federale dopo la Sicurezza Sociale. Limitandosi allo stanziamento ‘di base’ più le missioni all’estero, come fa il Pentagono, si raggiunge comunque la cifra di 585,3 miliardi.

Arabi spreconi – Tuttavia se si considera la spesa militare in rapporto al Pil e alla popolazione: in questo caso al primo posto, lo Stato più spendaccione e armato del pianeta è l’Arabia Saudita, seguita da Iraq e Israele, quindi Stati Uniti e Russia in posizioni abbastanza vicine. E pensare che nel 2016 è ancora ‘spending review’. Risparmio, o quasi. Il ‘Future Years Defense Program’, il documento per gli anni dal 2016 al 2020, ci dice che non vi sono sostanziali incrementi/diminuzioni rispetto all’attuale standard di bilancio.

Le cinque sfide del Pentagono – Preoccupanti le cinque sfide che il Pentagono sostiene di dover tenere in considerazione elencate dal Segretario alla Difesa Ashton Carter: 1)aggressione russa in Europa; 2)l’ascesa della Cina e il dominio nel Pacifico; 3) la pericolosità della Corea del Nord; 4) l’influenza maligna” dell’Iran contro gli alleati nel Golfo; 5) la lotta contro lo Stato islamico. La filosofia di Carter è che il Pentagono non debba impegnare troppe risorse finanziarie nella lotta allo Stato Islamico. E insiste: “La Russia e la Cina sono gli avversari che ci danno maggiori pensieri”. Sulla base di questa filosofia: l’acquisizione di nove sottomarini nucleari d’attacco Classe “Virginia” (8,1 mld) e 45.000 bombe “intelligenti” a guida GPS e laser per 1,8 miliardi. Per la lotta all’ISIS (7,5 mld, il 50% in più rispetto al 2016); vari programma di Cyber-security (7 mld); l’acquisizione di sistemi aerospaziali (5 mld).

+400% in Europa – Il bilancio prevede l’aumento del 400% per il contenimento della “aggressione russa” in Europa, quadruplicando i fondi destinati al programma ERI (European Reassurance Initiative), da 0,789 a 3,4 miliardi. Insomma, rafforzare la presenza militare americana in Europa, prevedendo più addestramento, nuove infrastrutture, e bunker con i materiali e gli equipaggiamenti necessari all’impiego di una Brigata corazzata, che possa essere trasferita dagli USA per via aerea ed entrare rapidamente in azione.

Il tempo di reagire è ora! – A conclusione del Seminario “Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” (Zugliano, 20 febbraio) è stato presentato un appello ai cittadini, agli educatori e a tutti i responsabili della politica. Eccolo: “Ogni giorno una strage. Non possiamo continuare a fare come se nulla fosse. Il tempo di reagire è ora! Aderisci anche tu! Aiutaci ad aprire un grande dialogo sulla guerra e sulla violenza, su come fare a fermarle, come impedirne di nuove, come soccorrere e proteggere le vittime. Organizziamo assieme una grande Marcia della Pace e della Fraternità. Il 9 ottobre 2016. Da Perugia ad Assisi”. ( Ascolta l’appello “Il tempo di reagire è ora!” )

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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