Adozioni gay all’italiana. Cancelliamole pure, tanto c’è il giudice.

giustizia negataRoma, 19 febbraio 2016 – Ho letto stamani, sulla seconda pagina di repubblica, un articolo intitolato “Ma se salta la stepchild saranno i giudici a decidere” perché “quei figli vanno tutelati”. Il senso delle considerazioni, come sempre azzeccate, di Maria Novella De Luca mi sembra lo stesso dell’editoriale, pubblicato ieri sul medesimo quotidiano, di Stefano Folli. Non preoccupiamoci troppo se le adozioni venissero cancellate dalla legge sulle Unioni civili.  Anche se il rimedio “è profondamente sbagliato”, saranno ancora una volta i magistrati a “supplire a questo vuoto”.

Il fatto è che questo modo di ragionare, che a tanti di noi sembra di puro buon senso, non è semplicemente sbagliato, è la “madre di tutti gli sbagli” che si commettono nel nostro paese. E se non avessi paura di risultare retorico direi che è anche all’origine della nostra arretratezza morale e civile, il motivo principale per cui ci riesce così facile tollerare in Italia, ma forse non solo, una diffusa illegalità.

Riassumo brutalmente: faccia pure ognuno per suo conto quello che crede, ma sia anatema quando lo afferma come un principio o lo rivendica come un diritto. Il peccato si risolve al confessionale, il problema pratico in un’aula di tribunale. Importante è salvaguardare la discrezionalità del potere a decidere caso per caso. Se e dove il potere riuscirà ad arrivare naturalmente, altrimenti liberi tutti, evitando magari di agire alla luce del sole. Discrezione nel commettere reato, discrezionalità nel giudicare il medesimo. Con tanti saluti alla democrazia e all’uguaglianza di fronte alla legge.

Dalla sosta selvaggia all’evasione fiscale, dalla corruzione all’usura e così via elencando, quanti dei nostri guai sono derivati e allevati da questa prassi, da questo costume mentale? E dico prassi perché non sono affatto certo che questo modo di pensare abbia a che fare con la dottrina cattolica (certamente non ce l’ha con quella cristiana) o che, inversamente, sia stata questa prassi a contaminare il pensare laico ed  ecclesiastico. Così, nel caso in esame, potremo negare il diritto dei genitori all’adozione decidendo, caso per caso, non tanto sul diritto ma sulla necessità per i figli di essere tutelati. Se avremo ancora una volta la giustizia ingolfata da ricorsi e processi, pazienza. Abbiamo già, come hanno ripetuto alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, il record in fatto di prescrizioni. (nandocan).

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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