Que viva Mexico

Papa Francesco in Messico 2Dal mio vecchio amico e collega Livio Zanotti, per molti anni corrispondente RAI dall’America latina, mi giunge questa lettura laica della visita di Papa Francesco in Messico, che racconta in breve la novità del suo chiedere scusa agli indios sfruttati e segregati dai “conquistadores” , il suo piegarsi sulle piaghe di una terra devastata dalla corruzione e dalla violenza criminale del narcotraffico, il  monito severo a una gerarchia locale spesso compromessa con il potere, le difficoltà di un cattolicesimo aperto e rinnovatore nel competere con la superficiale predicazione di un evangelismo “usa e getta” e nella sfida a un potere conservatore senza rinunciare alla normalizzazione dei rapporti politici e diplomatici.(nandocan) 

***di Livio Zanotti, 18 febbraio 2016* – Non c’è ingenuità nello slancio quasi infantile con cui dai suburbi sovraffollati alla selva, dalle cime vertiginose delle sierras ai califfati del narcotraffico e al calvario dei clandestini lungo le impervie frontiere del sud e del nord, centinaia di migliaia di indios sono accorsi ad ascoltare il Papa attorno agli altari su cui ha parlato e officiato le sue messe. A spingerli, tenendosi per mano, aggrappati ai ponchos e agli scialli delle donne per non smarrire familiari e compaesani nella mareggiata umana che ha percorso il Messico più sacrificato, è un’invincibile fede ancestrale, un impulso alla vita che non ha molto di mistico. Queste sono terre di religiosità sincretica e gli indios ne sono i massimi protagonisti.

E’ la stessa ripresa di coscienza che dopo 500 anni sfumati nell’ aria rarefatta delle vette equadoriane e della Bolivia fin giù nella gelida penombra dei boschi araucani affacciati sul Pacifico Sud, ha riscattato la scomparsa dei popoli originari riportandoli in tutto il subcontinente alla memoria e alla vista del mondo. Vitalità biologica e talento politico perseguiti con totale abnegazione e infine ritrovati. Il loro ingresso poderoso attraverso le urne nelle istituzioni democratiche dei rispettivi paesi in quest’ ultimo decennio, ha portato in pace e in libertà alla espansione concreta dei diritti e a una crescita economica senza precedenti dai tempi della Conquista. Anche gli indios messicani vogliono integrarsi a questo processo. E la chiesa di base li accompagna.

Nei loro occhi non si legge nessun’attesa di miracoli, salvo quello di una vita degna tuttavia da conquistare. Sanno per esperienza che tutti hanno loro sottratto qualcosa, nessuno gli ha mai regalato nulla.  Miracolosa suona già la voce di Francesco nel chiedergli scusa dell’infima subcultura dell’usa e getta che li ha sfruttati e segregati (nessuno l’aveva mai fatto prima). Che ricorda al Messico intero quanto siano necessarie le sue origini amerinde: “se non vuol restare un enigma irrisolto (…). Quelle radici porteranno frutti preziosi per tutti”. Avvolta in paramenti d’una sacralità rutilante, la sua presenza nondimeno così convinta e determinata appare a queste folle diritta e imponente anche quando si siede dopo giornate di saliscendi tra auto, aerei ed elicotteri.

Il Papa sa non meno bene che i miracoli si costruiscono con la tenacia e nel tempo. La Chiesa non ha fretta né dubita di sé. E lui è qui per rinnovarla, non necessariamente per flagellarla, sebbene certo non l’ha risparmiata. Fustiga la gerarchia avvolta nei privilegi mentre sprofonda in lotte intestine (“se dovete attaccarvi, fatelo da uomini: guardandovi in faccia”) e il clero se cede alla rassegnazione burocratica (“rifuggite il clericalismo”). Denuncia il “sordido denaro del crimine (…), gli intrighi, le illimitate ambizioni, le intese nascoste e le illusioni al seguito dei faraoni”. Ma non ferisce a sangue. Forse ha presente che questo cattolicesimo popolare e meticcio ha già perduto in 30 anni il 20 per cento dei fedeli in favore delle chiese protestanti discese dagli Stati Uniti.

Alla rigidità ormai sclerotica dei dogmi e delle liturgie della chiesa messicana, i riformati (evangelici e pentecostali in primis) oppongono una teologia popolare, che semplifica dottrina, impegno teleologico ed etico generale per rispondere essenzialmente ai bisogni quotidiani e individuali dei fedeli: un rapido service psicologico e dell’anima, non una visione della vita e del mondo. Mentre per quel cattolicesimo aperto al dinamismo dell’esistente che Francesco invoca per portare a compimento il Concilio Vaticano II, mancano le virtù essenziali dell’esempio e della condivisione. La geografia percorsa dal Papa in questi estenuanti giorni di peregrinazione segue scrupolosamente quella dei problemi e dei drammi nelle cui spire il Messico e la sua cattolicità rischiano di soffocare.

Ma l’ombra massiccia di quelle piaghe ha seguito passo per passo Francesco, come un alter ego rovesciato: è niente meno che il cardinale primate della Chiesa messicana, Norberto Rivera. Nei giorni scorsi l’abbiamo visto più volte sussurrare all’ orecchio del Papa, mai il contrario. Le accuse contro di lui sono più che voci, nè si fermano ai cancelli di Santa Marta in San Pietro. E’ stato il più autorevole difensore di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei ricchissimi e a dir poco controversi Legionari di Cristo, protettore delle mafie pedofile nella Chiesa e sospetto di pratiche perverse. La pagina più nera della tragica vicenda pedofila, che pure Francesco ha combattuto con ogni energia.

In Messico, tuttavia, non ne ha ricevuto le vittime. Non ha visto neppure la famiglia di José Manuel Mireles, il medico incarcerato dopo aver guidato un gruppo di autodifesa contro i Templares, i killer dei narcos che sequestrano e decapitano chiunque gli si opponga. Né Padre Pistola, come tutti nella provincia di Michoacan chiamano don Alfredo Gallegos Lara, che gira armato. Più volte minacciato dai trafficanti, questo parroco cinquantenne alto e aitante che promette di far fuori chiunque tenterà di  ucciderlo (“fossero anche venti…”), sembra il personaggio d’un western e non si libera del revolver che porta appeso alla cintura neppure quando dice messa. All’ ultima processione aveva una carabina automatica con il proiettile in canna sotto la tonaca bianca. I parrocchiani lo amano.

Francesco è un profeta, ma (non sappiamo se suo malgrado) anche un uomo di stato. La sua visita in questa magnifica geografia che in molti altri sensi ne fa un paese di mezzo, compie in modo definitivo la normalizzazione delle relazioni politico-diplomatiche tra Messico e Vaticano. Forse il paese più laico del continente americano, ha ripreso i rapporti con la Santa Sede nel 1992, dopo ben ottant’ anni di un un silenzio reciproco spesso venato di ostilità. Per renderlo possibile, il presidente Salinas de Gortari aveva dovuto riformare la Costituzione. Francesco è stato il primo Papa della storia a mettere piede nel palazzo presidenziale allo Zocalo. “Io spero solo che abbia invitato il Presidente Peña Nieto a farsi un onesto esame di coscienza, se ne è capace”, dice padre Pistola.   

http://www.ildiavolononmuoremai.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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