Roidi: un Giurì per la correttezza dell’informazione

Faustini RoidiVittorio Roidi, l’ autore dell’articolo che segue apparso oggi su articolo21, ha trascurato per modestia di dire che quando, più di vent’anni fa, FNSI e Ordine dei giornalisti introdussero l’istituto del Giurì nella Carta dei Doveri, era lui alla presidenza della Federazione mentre a quella del Consiglio nazionale dell’Ordine era il cattolico democratico Gianni Faustini. Una convergenza  piuttosto rara di personalità, ma soprattutto di maggioranze consiliari quanto a consapevolezza dell’importanza della deontologia per  guadagnare rispetto e  stima da parte dei cittadini. Va precisato anche che quel giurì, riproposto poi in diverse forme e denominazioni da varie proposte di legge, avrebbe dovuto essere istituito presso ogni corte di appello e composto da cinque membri, in carica per cinque anni, due dei quali nominati dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, due dal consiglio competente dell’Ordine dei giornalisti e uno, con funzioni di presidente, nominato tra i magistrati di corte di appello. “Con il compito – era scritto nella proposta – di esperire tentativi di conciliazione volti a prevenire situazioni di conflitto tra giornalisti e lettori”.  Personalmente, io non ho dubbi che la presenza di non giornalisti avrebbe contribuito a dare maggiore imparzialità ed efficacia alla funzione disciplinare, ma è comprensibile che alcuni vi abbiano visto, come scrive Roidi, una “mortificazione” del loro potere. Fino da allora, il Consiglio nazionale dell’Ordine, di cui anch’io peraltro facevo parte, ha sempre avuto due anime, una più consapevole del proprio ruolo di garanzia nei confronti dei cittadini, l’altra impegnata soprattutto a difendere i diritti e qualche volta anche i privilegi della categoria. Ed è mio avviso che purtroppo, con l’andare degli anni, quanto più si indeboliva il prestigio dell’istituzione, tanto più prendeva vigore la sua tendenza corporativa. Se con il nostro sostegno Giulietti riuscirà ad invertirla, sarà un segnale di novità  per tutto il giornalismo italiano. (nandocan).

 ***di , 15 febbraio 2015 – Nei sondaggi e nelle classifiche, quella dei giornalisti non è una categoria molto amata né rispettata. Le ragioni sono diverse. Diciamo che il cittadino vorrebbe molto di più in termini di indipendenza, di autonomia dal potere, di credibilità. C’è qualcosa che potrebbe renderli più vicini all’opinione pubblica? Forse sì: un Giurì. Parecchi anni fa, in piena Tangentopoli, la Federazione della stampa e l’Ordine, decisero di istituirne uno, per mettere termine a un furibondo braccio di ferro fra i partiti e i giornalisti. Ma poi qualcuno decise di lasciarlo nel cassetto. Le cose andarono così.

Lo scandalo scoppia nel febbraio del 1992. I mezzi di informazione raccontano per filo e per segno le inchieste del pool di Mani Pulite e centinaia di uomini politici finiscono alla sbarra. Non ci sono ancora sentenze. Dunque, comincia a dire qualcuno, non è giusto che i partiti siano massacrati prima che i magistrati abbiano terminato il proprio lavoro. Alla Commissione Giustizia della Camera, guidata dal deputato Dc Giuseppe Gargani cominciano ad arrivare decine di disegni di legge, che hanno tutti lo stesso obbiettivo: impedire che i giornalisti possano pubblicare i particolari delle inchieste prima che si arrivi al dibattimento. Un colossale bavaglio, un antistorico e antidemocratico divieto di rendere pubblico ciò che sta avvenendo nelle stanze dei palazzi di giustizia. La classe politica, pesantemente sotto accusa,  tentava di coprire le proprie malefatte bloccando la libera informazione.

La Federazione della stampa e l’Ordine misero al lavoro un gruppetto di colleghi (ricordo solo Sandra Bonsanti e  Angelo Agostini) che elaborarono la “Carta dei Doveri”, che venne approvata dal Consiglio nazionale della Fnsi e successivamente da quello dell’Ordine. I giornalisti sarebbero stati assoggettati a più stringenti norme etiche. Si spostava sul terreno deontologico quello che il Parlamento voleva far diventare legge dello Stato. Grazie all’intelligenza e allo spirito autenticamente democratico di alcuni politici (cito solo Pertini e Spadolini) di fronte all’assunzione di responsabilità decisa dai giornalisti, la Commissione Giustizia si fermò e quella legge-bavaglio non fu mai approvata.

All’interno della Carta dei Doveri, a cui erano assoggettati ovviamente tutti gli iscritti all’Ordine, era stato inserito un Giurì per la Correttezza dell’informazione, un organismo giudicante snello, al quale si sarebbe potuto rivolgere qualsiasi cittadino, non per punire il giornalista ma almeno per far dichiarare la sua “scorrettezza”. Questo Giurì non entrò mai in funzione, soprattutto per via delle perplessità sorte da parte di alcuni all’interno dell’Ordine nazionale, che temevano di veder mortificato il proprio potere disciplinare.

Ora, il nuovo Presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, ripropone l‘approvazione del Giurì – approfittando  anche dell’imminente riforma della legge professionale – per mostrare ai cittadini che i giornalisti, da molti ostacolati e minacciati, intendono svolgere il proprio compito nella massima libertà, ma anche nel rispetto dei diritti delle persone. Un richiamo all’etica, che potrebbe aiutare la categoria a recuperare, almeno in parte, la sua credibilità.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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