“Insurgent Mexico” 100 anni dopo, da “Viva Zapata” a “Viva el Papa”.

E’ arrivato il momento di ridare la parola a Piero Schiavazzi, tra i vaticanisti uno dei miei preferiti, che nel suo pittoresco linguaggio ci racconta le 48 ore di Francesco nelle terre dei narcos. E dopo il giorno del perdono arriva quello del giudizio (nandocan). 

Papa Francesco in Messico 1***da Piero Schiavazzi, L’Huffington Post, 16 febbraio 2016 – “Messico e nuvole, il vento soffia la sua armonica, che voglia di piangere ho”. Come nel ritornello della canzone di Enzo Jannacci, Bergoglio per due giorni è venuto a guardare “la faccia triste dell’America”. Triste ma non rassegnata, in ogni modo, all’ombra dei sombreri multicolori. “La vostra gente è l’unica che possiede nel proprio calendario una festa del grido”, aveva detto ai vescovi all’arrivo, invitandoli a seguire “la nube di fuoco”, non “i carri e i cavalli dei faraoni attuali”. Meglio far saltare il banco, insomma, che piegarsi alla logica degli “accordi sottobanco” con il potere.

Era dagli anni dieci del Novecento, esattamente un secolo, che un brivido rivoluzionario di tale portata non abbracciava il paese tutto intero, dal “Sur” al “Norte”, dalla foresta primordiale del Chiapas alla frontiera postindustriale del Rio Grande, passando per Morelia, barocca e insanguinata, capoluogo del Michoacán e centro geografico della nazione, dove lo stato ha perso da tempo il controllo del territorio e la gente istituisce “milizie di autodifesa”, nell’incapacità e complicità del governo federale. Per Francesco si tratta di una discesa agli inferi, dopo l’ascensione di sabato in paradiso, nell’estasi silenziosa del vis à vis con la Madonna di Guadalupe. Quarantottore in cui la stampa si appresta a riscoprire le orme di John Reed, appassionato cronista dell’epopea di Pancho Villa ed Emiliano Zapata nel diario “Insurgent Mexico”.

Con una differenza di fondo, paradossalmente: se allora infatti la revolución perseguitò la Chiesa messicana e cercò di staccarla da Roma, oggi alla guida della rivolta dei peones troviamo invece un romano pontefice, atteso da file chilometriche di reclute, che fanno ala festose al suo passaggio e si attaccano fiduciose a lui. Da viva Zapata a viva il Papa. Da viva Villa a viva Francisco.

“Le mafie e la criminalità organizzata, che spesso dominano i non luoghi della globalizzazione”, ha osservato in proposito Andrea Riccardi, costituiscono “la sfida principale per la Chiesa delle periferie…E’ in queste giungle urbane che vive il popolo di Dio, come lo concepisce Bergoglio”.

Il Messico raffigura di conseguenza lo scenario di una resa dei conti epocale fra i trafficanti di morte e il Successore di Pietro, mentre si contendono l’immenso giacimento d’anime dell’America Latina, luogo elettivo delle rispettive “missioni”. Una ribalta dove Bergoglio si erge quale Libertador del XXI secolo, davanti al nuovo spettro che minaccia le giovani democrazie del continente, dopo le dittature del Novecento.

Il Papa stesso del resto si era espresso in questi termini, un anno fa, nella e-mail a un amico di Buenos Aires, paventando all’orizzonte il rischio di una “messicanizzazione” dell’Argentina. Pertanto non ha esitato a pronunciare una solenne dichiarazione di guerra, in cattedrale, riunendo lo stato maggiore dell’episcopato e ammonendo a “non sottovalutare la sfida etica e anti-civica che il narcotraffico rappresenta per l’intera società messicana, compresa la Chiesa”.

Quindi è passato all’azione, puntando alla riconquista del territorio e, più ancora, dell’immaginario collettivo, dal sobborgo simbolo di Ecatepec alla roccaforte di Morelia, promossa sede cardinalizia con la porpora inaspettata dell’arcivescovo: da città dimenticata da Dio a città che determina l’elezione del suo vicario. Per arrivare infine al traguardo di Ciudad Juárez, una delle più violente del pianeta, con uno score di 2500 omicidi annui.

Dopo il giorno del perdono, implorato agli Indios a nome dell’umanità, è giunto così quello del giudizio, intentato ai Narcos in nome del popolo. Alla stregua di “Traffic”, capolavoro del Premio Oscar Steven Soderbergh, Francesco sta trasformando il viaggio in Messico in un grande film di denuncia sulla droga. Un blockbuster girato con la tecnica del docudrama. Respiro epico e realismo documentaristico, alternando inquadrature di massa e primi piani, a significare che il Pontefice è venuto per tutti e per ognuno.

In questa guerra mediatica che oltre alle parole si combatte a colpi d’immagine, il “Papa antidroga” si fa strada e avanza opponendo la “vincitrice del serpente”, nome azteco della Madonna di Guadalupe, ai simulacri della Santa Muerte, venerati e addobbati dai Narcos. Sceneggiatura e scenografie sapientemente studiate dal protagonista, in un crescendo che avrà il suo epilogo domani sul Rio Grande, quando Bergoglio entrerà come Giona nel ventre del mostro e il copione della liturgia ripeterà le parole fatidiche: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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