La nostra “cartolina” ad Andrea Barbato

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Quel giornalista “quasi per caso” come lo racconta Vincenzo Vita è stato  il miglior direttore che ho conosciuto, purtroppo anche per il tempo più breve. La lottizzazione DC-PSI “consacrata” dalla riforma del ’76 e allargata in seguito al PCI non tollerò a lungo personalità indipendenti ai vertici della RAI. Quando si trattò di formare la squadra del neonato TG2, quasi tutti noi che venivamo dal settimanale Tv7, al quale anche lui aveva collaborato, optammo per entrare nella sua redazione. Non gli ci volle molto per convincermi. Eravamo alla vigilia di importanti elezioni amministrative a Roma e mi propose di realizzare, per il nuovo  settimanale monotematico, “Tg2 dossier”, uno dei primi numeri, dedicato interamente ai mali della capitale. Era il segnale che non avrebbe tenuto conto della mia fama di “contestatore”. Qualche mese dopo me ne affidò un altro, tutto dedicato al dibattito in corso nella DC alla vigilia del congresso nazionale. Se pensiamo alla concessione sempre fatta ai partiti di avere in queste occasioni un cronista di loro gradimento, una novità non da poco. Dopo la messa in onda mi chiamò per dirmi che il suo amico Ciriaco De Mita, che veniva ogni domenica in redazione a seguire la partita di campionato, aveva avuto qualcosa da ridire. Mi aspettavo una ramanzina. “Fagli una telefonata, ti prego”, mi disse. La stessa sorridente sobrietà aveva negli incontri col comitato di redazione, di cui facevo parte con Tito Cortese ed Ettore Masina. Dieci anni dopo chiese e ottenne il distacco mio e di altri colleghi del Tg2 (Franco Rinaldini, Fausto Spegni, Giancarlo Monterisi) per la redazione di “Scenario”, una trasmissione per la RAI 3 di Angelo Guglielmi. Ma anche quella fu una breve stagione. Racconto queste cose per la prima volta, ma sono certo che molti altri ex colleghi del Tg2 di allora serbano di Andrea un ricordo altrettanto grato e commosso del mio. Chiedo scusa a Vincenzo Vita e ad Articolo 21, se alla “nostra cartolina” ho voluto aggiungere anche questa personalissima mia. (nandocan)

***di , 13 febbraio 2016 – Vent’anni fa, il 12 febbraio del 1996, moriva Andrea Barbato. Certamente, è stato uno dei grandissimi della cultura e del giornalismo del secolo passato. Impareggiabile scrittore e autore di sceneggiature cinematografiche, nonché di testi teatrali, si introdusse quasi per caso nel mondo delle news. Grazie ad un soggiorno alla Bbc. E poi: Messaggero, L’Espresso, il Giorno, la Stampa, la Repubblica, Paese Sera, inviato speciale in zone caldissime.

Il suo stile inconfondibile, quello del giornalismo (anglosassone italianizzato) di precisione, trovò il momento più luminoso nella direzione del Tg2 della Rai. Quel telegiornale, capace di rompere il pensiero “unico” della vecchia azienda democristiana e del più perbenista giornale della prima rete, rimane un gioiello. Caposcuola, luogo di formazione di un’intera generazione di straordinari professionisti, rappresentò e diede voce all’Italia moderna. Una grande esperienza, che oggi davvero rimpiangiamo. Nulla rimase come prima e lo stesso Tg3 dell’epoca successiva fu debitore di quella “rottura”. Fu “epurato”, con diversi personaggi dell’epoca considerati poco allineati: da Massimo Fichera a Mimmo Scarano a  Tito Cortese. Ma l’asse Dc-Psi craxiano (il cosiddetto Caf) non perdonava.

Ricordare Andrea Barbato oggi ha, quindi, un valore particolare. La sua fu la televisione intelligente e calvinianamente “leggera”, rigorosa e non urlata. Meditate Talk, meditate. Proprio all’opposto, appunto, di tanti programmi di oggi, bolsi e ripetitivi, dove sotto l’urlo niente. Il suo era un esempio di autonomia e di indipendenza. Accidenti, proprio l’opposto delle strisciate subalterne e omologate cui assistiamo in questa brutta stagione. Ecco perché è doveroso guardare ad una figura sì celebrata ma messa colpevolmente in soffitta. Eppure quell’esempio va ripreso, facendolo diventare una vera e propria scuola. Per una nuova alfabetizzazione televisiva. Chi l’ha conosciuto sente il dovere morale di ricostruire una storia umana, politica e professionale di primissimo ordine.

Barbato fece anche politica: fu eletto alla Camera dei deputati e nel Consiglio comunale di Roma nelle liste del partito comunista italiano. Tuttavia, ci dimostrò che si può avere idee e valori senza perdere la propria fisionomia. L’opposto di numerose mediocri vicende odierne: “spoliticizzate” e sommamente “sdraiate”.

Ti mandiamo una “cartolina”, Andrea, piena di ammirazione e di affetto, che trasferiamo ai tuoi cari.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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