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A mare si gioca, è con la vita delle persone che non lo si può fare

“A mare si gioca”, una favola amara sui migranti, scritta da Tony Canto e interpretata da Nino Frassica mercoledì sera al Festival di San Remo, ha conquistato il pubblico televisivo che ha toccato il picco di share della seconda giornata (59,67%, alle 00.18). Ma anche il pubblico dei social network: l’hashtag #AMareSiGioca ha raccolto molti apprezzamenti su Twitter, così come la pagina di Frassica su Facebook. E il videoclip ufficiale di ‘A mare si gioca’, realizzato da Tiziano Russo, ottiene sempre più visualizzazioni su YouTube. Ecco di seguito il video e un bellissimo commento di Rino Giacalone su Articolo21.org. Il testo integrale della canzone in un post a parte. (nandocan)

 

 

***di , 12 febbraio 2016 – Un pizzico di commossa partigianeria mi deve essere consentito. Non potevano che essere dei siciliani come Tony Canto e Nino Frassica a fare aprire ancora di più gli occhi su una realtà che è quotidiana da decenni. I siciliani conoscono molto bene la storia di donne, uomini e…bambini che scappano da guerre, carestie, povertà, persecuzioni e che vengono qui da noi, nel mondo occidentale che perchè è occidentale si ammanta di un vivere civile che spesso non c’è. Arrivano in Italia, chiedono di andare in Europa, per “vivere” non per finire con l’essere trattati secondo le logiche spietate dei numeri, dei blocchi. Scappati ad aguzzini spietati si sono spesso ritrovati vittime di un aguzzino senza volto, di una legge che invece di parlare di aiuti prevedeva espulsioni e trattenimenti carcerari. Oggi è vero le norme sono cambiate ma lo scenario è peggio di prima, a queste persone si è parlato di accoglienza mentre sono stati alzati loro contro anche fili spinati. A tutte queste persone abbiamo offerto una accoglienza che spesso è somigliata alla migliore politica di repressione di cilena memoria. O abbiamo offerto una finta accoglienza con i soldi finiti inghiottiti dalle mangiatoie della corruzione.

Loro che hanno affrontato il mare e che sono sopravvissuti non sono spaventati dal filo spinato, ma hanno tutto il diritto a restare diremo noi basiti, senza parole. E però ammutoliti noi con loro non lo possiamo essere. Quando il dolore per una accoglienza non degna del nome è risultato attutito questo è stato dovuto alla storia e all’impegno di altre persone, persone normali, senza i galloni istituzionali, persone semplici, come i tanti volontari che nel tempo sono arrivati a Lampedusa o che personalmente ho visto all’opera al porto di Trapani, per dare aiuto e sostegno, donne e uomini che nella vita sono impiegati o liberi professionisti, che lesti hanno indossato le maglie della Cri o di altre associazioni umanitarie per mettersi a disposizione del prossimo, penso a persone come Salvatore Inguì che occupandosi di tante cose (ministero della Giustizia, servizi sociali, Libera) trova tempo e ragioni per accogliere, abbracciandoli, uno ad uno, chi arriva a Trapani, penso a persone come quel pugno di cittadini dell’isola di Marettimo che quando arrivano i clandestini si danno da fare per raccogliere abiti e coperte, penso alla collega Elvira Terranova, che non esitò a riporre taccuino e registratore per tirare a terra ad uno uno quei clandestini che una notte stavano morendo davanti al porto dell’isola di Lampedusa e mettere in braccio un bambino nigeriano, Severin, di appena quattro mesi che così fu salvato. Stessa cosa che non è potuta accadere per Aylan, il bimbo siriano morto davanti alle coste turche, e ad altri 700 bambini, questo il numero dei bambini morti nel solo 2015.

Noi siciliani amiamo tanto la nostra terra, e sopratutto il nostro mare,  Frassica e Tony Canto hanno dato voce al dramma intimo che tanti di noi soffrono, che non è il dramma suscitato spesso dal dovere restare  in silenzio dinanzi a certe idiozie di Salvini e di chi l’ha preceduto, (ricordate la Bossi-Fini?), ma il nostro dramma è rappresentato dal fatto  di non andare più al mare con la dovuta allegria, perchè quel mare ogni giorno ci racconta di come è diventato la tomba di intere popolazioni di migranti, quel mare ogni giorno ci ricorda il dramma di chi convinto di essere riuscito a farcela, una volta a terra si ritrova nuovamente perseguitato o addirittura vittima di spietati soggetti, come un ex sacerdote della Caritas trapanese, appena condannato a 9 anni per le violenze sessuali compiute. A mare si gioca e noi vogliamo tornare a poterlo fare, e lo vogliamo fare con le sorelle, i fratelli, i bimbi che arrivano da lontano, che non vogliono fare una invasione ma chiedono solo di riprendere, anzi, di cominciare a vivere. A mare si gioca, è con la vita delle persone che non lo si può fare. Grazie Frassica.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno. Visualizza più articoli

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