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Perché la dittatura egiziana ci deve comunque piacere

Remondino Ennio

Purtroppo c’è anche un altro motivo, da aggiungere a quelli, del resto più che sufficienti per toglierci ogni illusione, qui elencati da Ennio Remondino. Dovunque l’Occidente è intervenuto in questi anni per “esportare la democrazia” non ha fatto altro che peggiorare le cose. Democrazia e diritti umani  sono oggi più maltrattati che mai. Con la sola eccezione della Tunisia, per ora.(nandocan)

***di Ennio Remondino, 9 febbraio 2016* – I dati sono nell’ultima ‘nota congiunturale’ del gennaio 2016, pubblicata dalla ‘Italian trade agency’, l’ente italiano per il commercio con l’estero. Un elenco di importanti progetti in terra egiziana che – precisa la nota – ‘Presenta nuove interessanti opportunità per le nostre imprese’.

L’Egitto è un’area straordinaria di opportunità. Abbiamo fiducia nella sua leadership, nelle sue riforme… in favore della prosperità e della stabilità”, aveva detto Matteo Renzi il marzo scorso a Sharm e Sheikh. Del resto l’Italia è stata il primo paese europeo a ricevere il generale al Sisi dopo la sua presa del potere nel luglio 2013. Senza voler fare i verginelli, oggi quelle parole suonano imbarazzanti, mentre tra Roma e Il Cairo si rincorrono ben altre considerazioni sulle troppe ‘verità’ assolutorie attorno al massacro di Giulio Regeni. Va inoltre ricordato come in quel Paese i casi di arresti illegali risultino innumerevoli. Lo denuncia Human rights watch che parla di ‘tortura e scomparse forzate, e molti detenuti morti in custodia’.

Le relazioni tra Italia ed Egitto

1. Un paese di novanta milioni di abitanti, snodo tra Africa e Medio Oriente, tra la Libia, la penisola arabica, Israele e la Giordania.

2. Indispensabile nella ricerca di qualsiasi nuovo equilibrio in Libia, l’Egitto è parte in causa nel conflitto tra Israele e Palestina sopratutto per il confine con Gaza.

3. È alleato dell’Arabia Saudita, da cui riceve importanti aiuti finanziari e investimenti.

4. L’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi incontra spesso al Sisi.

5. L’Eni è presente in Egitto con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari. Estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale.

6. La scorsa estate l’Eni ha annunciato la scoperta di un nuovo giacimento offshore nelle acque egiziane del Mediterraneo con riserve stimate a 850 miliardi di metri cubi di gas, abbastanza da trasformare lo scenario energetico del paese.

7. Le perforazioni sono cominciate questo gennaio, la produzione comincerà tra il 2018 e il 2019, il picco della produzione è atteso nel 2024. L’Eni sta discutendo con Israele e Cipro per creare un “hub del Mediterraneo orientale”.

Geopolitica e investimenti dalla Cina al Regno Unito

Oltre a Eni, circa 130 aziende italiane in Egitto.

Edison con investimenti per due miliardi e Banca Intesa San Paolo, che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari.

Poi Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, Gruppo Caltagirone, e molti altri.

Imprese di servizi, impiantistica, trasporti e logistica.

E naturalmente il turismo – Alpitour, Valtour -, anche se nel settore le cose vanno male dopo l’attentato all’aereo russo decollato da Sharm el Sheikh l’ottobre scorso.

L’Egitto ha lanciato grandi progetti di infrastrutture. Porti e zone industriali lungo il canale di Suez appena raddoppiato; fosfati estratti nel deserto occidentale; un nuovo triangolo industriale tra i porti di Safaga ed el Quseir sul Mar Rosso e la città di Qena sul Nilo; una nuova espansione urbana e industriale sulla costa mediterranea intorno a El Alamein.

Il governo egiziano dice di voler investire cento miliardi di dollari promessi dalle monarchie del Golfo.

Piatto troppo ricco per prevedere rifiuti morali.

Fin dove arriveranno le indagini sulla morte di Giulio Regeni?

La domanda chiave da punto di vista etico ce la ripropone Marina Forti.

Lo stesso dipartimento di stato statunitense sta sollevando con Il Cairo il tema dei diritti umani, riferisce il New York Times.

Che potrebbe succedere?

Alla fine – e al massimo – le autorità egiziane arriveranno a concedere che l’assassinio e le torture a Giulio Regeni sono stata opera di elementi “deviati”. Tra criminalità e ‘Spectre’ delle piramidi.

Nel migliore dei casi si troverà qualche “esecutore materiale”.

Poi prevarrà “il comune interesse alla stabilità”.

*da RemoContro

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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