Mezzo Yemen senza cibo. La fame è tattica di guerra

Yemen fameDa leggere, condividere, copiare e diffondere a quanti hanno ancora dubbi sui crimini dell’Arabia Saudita e sulla connivenza politica dell’Occidente con la medesima. A quanti si illudono che sia possibile arrestare l’accoglienza ai profughi senza diventare moralmente complici della condanna a morte di centinaia di migliaia di nostri simili. A quanti si assumono a cuor leggero la responsabilità di tagliare aiuti e cooperazione, esportando armi anziché inviare cibo e medicine, nei paesi travolti dalle guerre e dalla fame a est e a sud del Mediterraneo (nandocan)

***di Massimo Lauria, 4 febbraio 2016* – La fame in Yemen è una tattica di guerra. A dirlo è l’Onu che chiede l’apertura di un’inchiesta internazionale per crimini di guerra. Sotto accusa è la coalizione sunnita – che ha scatenato la guerra – guidata dall’Arabia Saudita. Il bilancio è pesantissimo: più di 14 milioni di persone – ovvero la metà della popolazione yemenita – non hanno quasi accesso alle risorse alimentari. Mentre per altri 10 milioni è sempre più difficile trovarlo.

Secondo la Fao è la conseguenza – oltre che del feroce conflitto armato – anche delle “restrizioni alle importazioni che hanno ridotto la disponibilità di alimenti essenziali e causato una brusca impennata dei prezzi. Dallo scoppio della guerra l’insicurezza alimentare è cresciuta ancora dall’inizio dei primi bombardamenti.

Ma parlare di “insicurezza alimentare” non rende pienamente l’idea della tragedia umanitaria che si sta consumando in Yemen. Dove muoiono almeno 8 bambini al giorno a causa delle bombe e della malnutrizione.

“I numeri sono impressionanti”, ha detto Etienne Peterschitt, vice rappresentante della Fao in Yemen, che ha definito la situazione “una crisi dimenticata, con milioni di persone in tutto il paese che hanno bisogno di aiuti urgenti”.

Ad aggravare la crisi umanitaria c’è la quasi totale dipendenza della popolazione dalle importazioni che in questo momento sono ridotte proprio a causa del conflitto. Cibo e carburante sono sempre più rari. E i prezzi hanno registrato una pericolosa impennata. Lo Yemen dipende infatti per oltre il 90% dei suoi prodotti alimentari base. Solo il 4% del suo territorio è coltivabile. E solo “una piccola parte di quella terra, dice la Fao, è attualmente utilizzata per la produzione alimentare”.

Poi ci sono quasi due milioni e mezzo di sfollati (un incremento del 400% rispetto a gennaio 2015), che gravano sulle strutture di accoglienza. E gli inarrestabili flussi migratori – si parla di quasi 200 mila profughi l’anno – provenienti dal Corno d’Africa. Immigrati che oggi sbarcano direttamente su fronti di guerra.

5.800 persone uccise, 27.000 feriti e almeno 8.000 morti tra i civili in 300 giorni di guerra. In questo drammatico quadro gli ispettori dell’Onu chiedono al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di “indagare sulle denunce di violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani internazionali in Yemen”.

Il rapporto delle Nazioni Unite parla di elicotteri che avrebbero inseguito e ucciso persone che tentavano di fuggire. Una vera caccia all’uomo. “Civili colpiti in modo sproporzionato dai combattimenti, le cui tattiche prevedono l’uso vietato della fame come metodo di guerra”.

* da RemoContro.it 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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