Affittopoli a Roma

affittopoli Roma giornaliCon le osservazioni di Marnetto, su quello che può permettersi un commissario che non ha problemi di rielezione, credo che si possa convenire. Del resto “Mafia capitale” ci ha insegnato che a Roma si può “scoprire” molto peggio che un’affittopoli. Tuttavia ho esitato un po’ prima di pubblicare il post perché potrebbe suonare, alle orecchie di qualcuno, come “aridatece er podestà”. E in tempi come questi, che vedono l’ esecutivo tentare in vario modo di invadere le competenze degli altri poteri, l’idea di restituire ai funzionari del governo anche l’amministrazione dei comuni e di altri enti locali non mi pare proprio da incoraggiare. Sarà meglio allora distinguere caso per caso, dando conto anche delle precisazioni fatte sulla Repubblica di oggi da Marco Causi, vicesindaco e assessore al bilancio nella giunta di Ignazio Marino. “Le giunte Rutelli e Veltroni non hanno assegnato un solo appartamento in questo modo – dice – è una prassi che risale a molti anni prima”, quando quegli appartamenti vennero assegnati a “soggetti che erano titolati ad avere una casa popolare”. “Ai tempi di Veltroni – aggiunge –  questi appartamenti erano 1400. Noi ne vendemmo più di 700, incassando circa 170 milioni. Poi predisponemmo la cessione di altri 200, ma Alemanno fermò tutto”. E gli altri perché ve li siete tenuti? gli chiede il giornalista. Dagli accertamenti, risponde Causi, “risultò che gli inquilini erano anziani a basso reddito, famiglie in difficoltà, con disabili o disoccupati”. Questa dunque la difesa del Campidoglio. Se le cose stanno o non stanno in questo modo lo sapremo, si spera presto, dai magistrati (nandocan).

***da Massimo Marnetto, 4 febbraio 2016 – La vicenda degli alloggi “dimenticati” al prezzo di una pizza del Comune di Roma mette in evidenza il difficile rapporto tra buona amministrazione e consenso.

E’ indubbio, infatti, che tutta l’opacità che da sempre regna su questi appartamenti ubbidisce alla logica dei pubblici amministratori di non farsi nemici (gli inquilini), cioè di non precludersi un buon pacchetto di voti alle elezioni, pretendendo canoni adeguati dai legittimi occupanti o cacciando gli abusivi.
Ma di “pacchetti di voti” a Roma ce ne sono tanti. Come quelli dei dipendenti Atac o la lobby dei tassisti, dei ristoratori con tavolini in quarta fila, ecc.
Tutte situazioni sbilanciate a vantaggio dei privati e a danno dell’interesse pubblico, che qualche sindaco ha provato a regolare, con trattative incerte e risultati modesti.
Poi arriva Tronca, un commissario che non ha il problema di garantirsi la rielezione o accumulare consenso da investire in altre scalate politiche. E mette sotto la lente affittopoli, non solo pubblicando tabulati, indirizzi e cifre – già redatti dalle precedenti consiliature, ma accuratamente custoditi – ma vuole anche capire le connivenze nella PA capitolina che hanno permesso questo danno erariale. Poi, senza mai ridere, nomina Rettighieri all’Atac, un direttore generale con il mandato di fare pulizia. E abbassare l’indecente inefficienza e  assenteismo dell’azienda dei trasporti.
Insomma, questo grigio funzionario sta dimostrando come si può rimettere ordine anche nel caos dell’amministrazione romana, perché insensibile al consenso.
Ne esce la bocciatura a pieni voti della politica e dell’opinione pubblica, che non seleziona né controlla. Una situazione che impone una profonda riflessione sulla decadenza della democrazia di fronte agli attacchi delle lobby e la diserzione individualistica dei cittadini.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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