Family Day, a chi non piace la maternità di Giorgia Meloni?

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Contro il dilagare della volgarità, della violenza e dell’odio anche nel linguaggio quotidiano bisognerebbe che tutto il mondo dell’editoria e dell’informazione, a partire dalla televisione e da internet, si ponessero seriamente il problema di trovare il modo più efficace per evitare di amplificarla. Parliamone, se proprio è necessario, ma offrire al razzismo, al sessismo, al fanatismo e alla xenofobia un palco dove possano vantarsi pubblicamente delle proprie imprese. L’iniziativa di “Illuminare le periferie” per il #noHate language potrebbe essere sviluppata su larga scala (nandocan)

***di , 3 febbraio 2016* – Non condividiamo le posizioni politiche di Giorgia Meloni. Le sue invettive su immigrazione, accoglienza, solidarietà, diritti civili, sino alle ultime sulla libera scelta della propria sessualità, contengono elementi di intolleranza e si inseriscono nel filone della destra europea più aggressiva e radicale.
Non a caso, di tanto in tanto, ci ricorda di essere nata “dalla parte sbagliata della barricata”, cioè dalla parte dei fascisti.

Peraltro, nel suo caso, non è nata dalla parte sbagliata, ma ha scelto dopo e in modo consapevole di stare da quella parte, quella che è stata segnata anche dalle leggi razziali e della negazione dei diritti e delle diversità. Proprio perché non condividiamo le sue scelte passate e presenti, sentiamo il bisogno di condannare senza attenuanti chi ha scelto, spesso coperto dall’anonimato, di insultarla e di aggredirla perché presto diventerà… madre.

Gli squadristi della rete hanno preso di mira la sua gravidanza, augurando a Lei e al nascituro o nascitura, ogni sorta di maledizione e tutto il male possibileGli anonimi mazzieri, che peraltro usano il linguaggio tipico dei razzisti, hanno anche rivendicato il loro diritto all’insulto, alla bestemmia, alla minaccia, perché tali espressioni sarebbero “protette” dall’articolo 21 della Costituzione e dalla libertà della rete e in rete.

Naturalmente di tratta di una idiozia senza fondamento alcuno, anzi un simile uso della rete è un insulto nei confronti di chi ama la libera circolazione delle opinioni, anche le più radicali. Per queste ragioni gli insulti contro Giorgia Meloni non possono trovare alibi, giustificazioni, ammiccamenti furbi ed opportunistici. Quegli insulti sono intollerabili, non solo contro Giorgia Meloni, ma contro chiunque, a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

Ci auguriamo che Giorgia Meloni, come qualsiasi altra donna, porti felicemente a termine la sua maternità, per poter, subito dopo, tornare a contrastare con rinnovato impegno le sue posizioni politiche.

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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