No al giornalismo delle urla sguaiate e dei discorsi d’odio

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Ottima iniziativa, questa, dei giornalisti che vanno nelle scuole per educare i nuovi lettori ad apprezzare la buona informazione. Meglio se dopo aver educato se stessi e il loro editore a rifiutare ogni compromesso col giornalismo spazzatura. La tiratura, scusate il bisticcio, non può diventare una dittatura (nandocan).

***di , 30 gennaio 2016 – Il terrorismo sui media. I giornalisti possono raccontarlo o, per paradosso, farlo se assumono come propri i linguaggi della discriminazione, del razzismo, della violenza. Discutere della qualità dell’informazione, oltre il recinto degli addetti ai lavori, non è esercitarsi nell’accademia, ma soffermarsi su uno snodo cruciale per la convivenza civile e democratica. Centrale, quindi, è portare la riflessione sui modi di esercitare il dovere di cronaca, ovunque utile e possibile. Anche nelle scuole, come accade a Rovigo dove studenti e insegnanti degli istituti tecnici agrario e industriale si confronteranno, nella mattinata di lunedì 1 febbraio, con il giornalista francese Gael De Santis, caporedattore Esteri del quotidiano nazionale L’Humanité, e i colleghi dell’Associazione polesana di stampa, che hanno organizzato l’incontro.
I fatti del 13 novembre scorso a Parigi richiamano una volta di più i giornalisti alla responsabilità, all’urgenza di marcare con chiarezza che le urla sguaiate e i discorsi d’odio non sono parenti, nemmeno lontani, di un racconto veritiero nella sostanza e incisivo nella forma.
Quegli stessi gravissimi episodi, per esempio, paiono essere stati descritti dalle testate d’Oltralpe, rispetto a quelle italiane, con misura e sobrietà maggiori, anche nelle ore concitate in cui si stavano consumando. Prime pagine e titoli alla mano, dunque, si dibatterà con ragazze e ragazzi sul bene comune informazione, tenendo sempre ben presente che i giornalisti hanno il dovere di rendere semplici e comprensibili per tutti gli accadimenti più complessi, districando le matasse più aggrovigliate alla luce delle notizie, che non possono essere lette attraverso le lenti distorcenti del pregiudizio.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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