The Family Day after e i 2 milioni fantasma

Family day 2016C’è da chiedersi perché fino a ieri quasi nessuno dei colleghi giornalisti abbia utilizzato lo stesso metodo seguito ieri dalla Stampa, e riprodotto qui di seguito da Remondino, per calcolare il numero degli intervenuti alle manifestazioni di massa. Un’altro argomento a riprova della scarsa oggettività del nostro modo di fare informazione? Perché dai due milioni ai 300mila calcolati dal quotidiano torinese il passo è lungo. Forse la nostra pigrizia trovava più semplice e conveniente, ma anche più accattivante per un titolone, prendere per buono il conto corrispondente al nostro orientamento politico, “quando il sindacato moltiplicava per due e la questura divideva per quattro. Ero anch’io tra la folla, davvero immensa, del corteo di Cofferati per la difesa dell’articolo 18 nel 2003. Quando hanno annunciato che eravamo tre milioni, confesso che mi sono commosso (nandocan).

***di Ennio Remondino, 31 gennaio 2016*

Moltiplicazione dei pani e dei pesci – Con tutte le occasioni di rissa sui contenuti veri, che bisogno c’era di inventarsi la bufala dei 2 milioni in piazza? Sembra essere tornati alle piazza del dopo ’68, quando il sindacato moltiplicava per due e la questura divideva per quattro.

Uno potrebbe litigare con quei nuovi e vecchi crociati che gridavano il loro «no» alla libertà degli altri. Loro che dicevano di possedere nientepopodimeno che «la verità che non ci lascia mai!». Lo ha gridato dal palco uno degli organizzatori del raduno. Un privilegio da paura! Con lui sarebbe giusto litigare. O con quelli che esibivano le bandiere dell’Aquila nera con un cuore rosso crociato di ‘Alleanza cattolica’, e il grande striscione «Padre, madre, figlio, popolo, nazione». A me quelle persone -confesso- fanno paura.

Polemica soft – Ma invece no, sarà perché è domenica, ma oggi si litiga ‘soft’. Titoli e lunghi pezzi sulla “bufala” dei due milioni al Family Day. Anche noi le ‘verità rivelate’? No, semplicemente che tra Circo Massimo e strade limitrofe ci stanno non più 300 mila persone

Il geometra questurino – Il Circo Massimo è lungo 621 metri e largo 118, con una superficie di circa 73.300 mila metri quadrati. Calcolo per eccesso: bisognerebbe sottrarre il palco e i corridoi di sicurezza. Ma noi siamo generosi. La regola da questura dice di calcolare tre persone a metro quadro. In una situazione di particolare ressa, ce ne possono stare anche quattro. E ri-generosamente ne contiamo 4 (che non c’erano). Se poi la gente sta seduta-come era ieri- massimo 2 per metro. Ma noi sempre genero ne contiamo 4.

Variabile strade limitrofe – Le due strade che fiancheggiano il Circo Massimo sui lati lunghi, sono larghe circa 10 metri l’una e lunghe leggermente di più del Circo Massimo (calcoliamo 630 metri). Ma attenzione: via dei Cerchi era chiusa ai manifestanti. Quindi aggiungiamo solo i metri quadrati di via del Circo Massimo: 6.300. Calcolato per eccesso una persona a metro quadro. Prendiamo inoltre atto della testimonianza dei cronisti de La Stampa secondo cui le principali strade di afflusso all’area erano praticamente vuote.

Calcolo finale – 73.300 metri quadrati del Circo Massimo x 4 schiacciate una sull’altra (e non lo erano), fanno ad esagerare 293.000 persone nel prato del Circo Massimo. Seimila 300 persone su via del Circo Massimo e arriviamo, con la mancia della nostra generosità, ai 299mila 500. I calcoli che vi abbiamo proposto li abbiamo sottratti a La Stampa, giornale molto serio. Per la cronaca, l’ingigantire i numeri non è soltanto peccato cattolico. Nel 2003 la Cgil di Sergio Cofferati disse di aver portato al Circo Massimo tre milioni di persone. Meglio i Rolling Stones nel giugno del 2014. Concerto a pagamento.Il prato era strapieno ed erano stati venduti 71mila biglietti.

*da RemoContro

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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