Editoria del trust

MondazzoliDall’amico Vincenzo Vita, già senatore e sottosegretario della sinistra, che del pluralismo mediatico fa da anni una ragione di vita non soltanto professionale, ricevo e pubblico volentieri questo articolo apparso sul “Manifesto” di ieri. Mi auguro anch’io che si muova finalmente qualcuno, e non soltanto con una ricognizione formale, per interrompere la deriva oligopolistica che costringe da decenni l’Italia negli ultimi posti delle graduatorie europee per la libertà di espressione (nandocan)

***di Vincenzo Vita, 28 gennaio 2016* – L’ autorità antitrust ha avviato lo scorso 21 gennaio un’istruttoria sulla concentrazione “Mondadori-Rcs Rizzoli”, passata alla cronaca come “Mondazzoli”. Vicenda di cui si è parlato abbondantemente e che ha dato luogo ad una consistente fuga di cervelli, Umberto Eco in testa. E ne è seguita pure la nascita di un nuovo riferimento editoriale con Elisabetta Sgarbi. Caso di scuola  talmente palese da interrompere una deriva ventennale. E finalmente lassù qualcosa si muove. Almeno una delle autorità interessate, in attesa di una “sveglia” generale.

Le cinquanta cartelle del documento sono un’agghiacciante realistica fotografia della situazione. “All’esito dell’operazione notificata Mondadori verrà, infatti, a detenere una quota superiore al 40% del settore, tre volte superiore a quella del primo concorrente Gems e di oltre sei a quella del secondo, Newton Compton. Pertanto, l’operazione notificata comporterà la nascita di un operatore dotato di un significativo potere di mercato e determinerà l’aumento del grado di concentrazione in un mercato già concentrato“. Sono dati crudi, peraltro in difetto, visto che -ad esempio- nella saggistica tascabile (come si forma l’opinione pubblica?) si arriva al 60% del valore. Dai best seller agli e-book, ai libri per ragazzi alla scolastica: il gruppo fa cappotto. Come è stato e in gran parte continua ad essere per la televisione generalista, la patologia italiana rimane la resa incondizionata alla logica del trust. Colpevole due volte: riducendo e condizionando il pluralismo; bloccando gli scenari evolutivi. E si, perché la scarsa cultura digitale e la vaghezza dei discorsi pubblici sull’innovazione hanno una concausa proprio nell’angustia del panorama mediale. Nell’essere l’Italia un villaggio, e niente affatto globale. Se non si rimuovono le cause strutturali, la modernità  multi-piattaforma  e la rivoluzione tecnica rimangono al palo. Risucchiati dai detriti del vecchio potere analogico, magari un po’ travestito. Ecco, allora, la gravità di ciò che accade nel delicato mondo della scrittura, calco e modello di tutto il resto.

Né radio e televisione, né cinema musica e teatro, neppure la rete possono prescindere dall’alfabeto primario. Una volta uniformato quest’ultimo, il castello della creatività subisce un colpo davvero letale. Che l’istruttoria arrivi a conclusione, senza tentennamenti. Insomma, l’operazione va bloccata. Non bastano “paletti” eventuali, generalmente aggirabili ed alibi per lavarsi la coscienza. Il quadro è ad alto rischio e si gioca una partita assai insidiosa, anche per l’effetto di trascinamento di un ulteriore colpo concentrativo. Altrove, un fenomeno del genere avrebbe determinato reazioni fortissime e probabilmente si sarebbe arenato da solo. Curioso poi che il capitolo del diritto d’autore sia considerato tema sensibile se si allargano i fruitori, ma privo di implicazioni invece se significa accaparramento proprietario dell’intelligenza dei saperi.

Non basta la buona azione di un’Authority. Utile, ma insufficiente. Fino a quando dovremo sopportare l’assenza di una decente normativa del e sul sistema dei media, ferma ai capisaldi del berlusconismo? Con un Testo unico del 2005 che ne rappresenta la sintesi? La riforma dell’editoria ora alla camera dei deputati potrebbe e dovrebbe ingaggiarsi su tali temi. Purtroppo, nella comunicazione siamo ancora al muro di Berlino, ai patti del Nazareno: vera metafora dell’eterna soggezione ai poteri più o meno forti. Del resto, non sarà un caso se l’unica commissione rimasta nel comando forzaitaliota è  quella che si occupa di media al senato. Ora si dovrà attendere il parere dell’ Agcom. Confidiamo nello spirito santo laico.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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