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Unioni civili: una “stepchild adoption” per 500 bambini, mille al massimo

stepchild adoptionFra i favorevoli al ddl che arriva giovedì in Senato c’è chi parla di 100 mila figli di coppie gay, ma i numeri reali – argomenta il Redattore sociale –  sono molto più contenuti: difficile dare dati certi, ma l’Istat ne individua fra i 500 e i mille. Più numerosi quelli che hanno un solo genitore omosessuale. Ovviamente il dibattito sulla “stepchild adoption”, alla quale sono personalmente favorevole, investe una questione di principio che conserva la sua validità indipendentemente dalle statistiche. L’obbiezione che viene mossa sulla necessità naturale che avrebbe un bambino di avere accanto una figura paterna e una materna viene meno, a mio avviso, con la considerazione che nelle coppie omosessuali mascolinità e femminilità sono comunque presenti in ciascuno dei due soggetti (nandocan)

***dal Redattore Sociale, 26 gennaio 2016 – Centomila no di certo, mille o duemila assai più verosimile, 529 come minimo. In tempo di aspro dibattito su stepchild adoption e affido (rafforzato o meno), le statistiche non aiutano a definire esattamente il numero di bambini che potrebbero essere interessati dalle disposizioni del disegno di legge sulle unioni civili che va all’esame del Senato giovedì prossimo. Qualche punto fermo però c’è e permette di farsi un’idea della reale ampiezza del fenomeno.

Partiamo dai dati ufficiali dell’ultimo censimento della popolazione italiana (Istat 2011, consultabili qui). Poiché non c’è un numero riferito direttamente ai minori che vivono con coppie formate da persone dello stesso sesso, l’analisi deve giocoforza partire dai dati relativi alle varie caratteristiche dei 16 milioni 648 mila nuclei familiari censiti in tutta Italia. Di questi, quelli monogenitoriali (cioè in cui è presente un solo genitore) sono 2 milioni 651 mila, mentre gli altri 13 milioni 997 mila sono quelli in cui, con uno o più figli, è presente una coppia di adulti: quelle eterosessuali sono 13 milioni 990 mila, quelle omosessuali 7513. Fra queste ultime 7513, ce ne sono 529 con figli. Stop. L’Istat non ci dice niente di più, se non sottolineare che “i dati relativi alle coppie dello stesso sesso sono sottostimati e si riferiscono solamente alle coppie dello stesso sesso che si sono dichiarate: molte persone in questa situazione hanno preferito non dichiararsi nonostante le raccomandazioni Istat”.

Al netto delle considerazioni – anche di tipo sociologico – su questo fatto (secondo alcuni la scelta di queste “molte persone” di non dichiararsi è legata alla paura o alla percezione di discriminazioni, per altri certifica il loro sostanziale disinteresse a dare dimensione pubblica e ufficiale alla loro unione), i numeri dicono che ci sono in Italia almeno 529 coppie dello stesso sesso che vivono con figli. Quanti per coppia non è però specificato: poiché in alcuni casi ce ne sarà solo uno, in altri due o anche più, il loro numero effettivo può solo essere ipotizzato. Con una media di 1,5 bambini per coppia, ad esempio, si avrebbero 793 minori. Con una media di due per coppia, se ne avrebbero 1058. Dal punto di vista della consistenza generale del fenomeno cambia comunque poco: si tratta di una cifra compresa fra i seicento e al massimo un migliaio di bambini. Ai quali andrebbero poi aggiunti quelli che vivono con coppie omosessuali che hanno scelto di non dichiararsi in occasione del censimento. Se fossero in numero simile a quelli che si sono dichiarati (se cioè nel totale il 50% delle coppie omosessuali avesse preferito non dichiararsi all’Istat), il numero dei minori potrebbe salire fino a 1500 – 2000. Ma sono cifre totalmente ipotetiche sulle quali non vi è certezza alcuna.

Quale che sia la realtà, il numero effettivo di questi figli dovrebbe per logica essere comunque lontano anni luce da quello di “100 mila figli di coppie omosessuali” che viene talvolta citato, e a sproposito, nei discorsi di questi giorni. Del resto, a una cifra di quel genere non ci si avvicina neppure in paesi come la Gran Bretagna, dove a fine 2014 erano censite ufficialmente 84 mila coppie same sex, 9 mila delle quali con figli.

I dati ufficiali (e quelli stimati sulla base dei dati ufficiali) si fermano qui. Vista la loro scarsità, e a costo di forzare un po’ la mano, a questi si possono aggiungere quelli riferiti – ormai dieci anni fa, era il 2005 – da un’indagine condotta da Arcigay e finanziata dall’Istituto superiore di Sanità, chiamata Modi.Di e che puntava a studiare stato di salute, comportamenti protettivi e prevenzione del rischio Hiv nella popolazione omosessuale. Si trattava di uno studio su circa 10 mila questionari anonimi e di un campione di circa 7 mila persone costruito – vista la difficoltà di reperire informazioni – anche a partire dal passaparola. Quello studio sulla popolazione omosessuale riportava che il 5% degli uomini e il 4,9% delle donne dichiarava di avere almeno un figlio, nella stragrande maggioranza dei casi (4,7% e 4,5%) biologico. Un dato che fra chi aveva più di 40 anni cresceva fino a interessare circa un quinto del campione. Una stima però probabilmente gonfiata dal momento che il campione non si limitava solo a quanti si dichiaravano gay o lesbiche, ma si estendeva anche a quanti riferivano di aver fatto sesso almeno una volta negli ultimi 12 mesi con un altro uomo o con un’altra donna, indipendentemente dalla loro auto-definizione. Ad ogni buon conto, se si ipotizzasse di prendere per buona la percentuale del 5% di persone omosessuali con figli, poiché secondo il censimento Istat sono circa un milione le persone che si sono dichiarate omosessuali si arriverebbe a circa 50 mila persone omosessuali che hanno dei figli (e dunque, conseguentemente, di almeno 50 mila figli di persone omosessuali, la gran parte nati all’interno di relazioni eterosessuali precedenti). Per arrivare alla cifra di 100 mila figli bisognerebbe ipotizzare una popolazione omosessuale doppia rispetto a quella censita dall’Istat, o una propensione doppia ad avere dei figli. Ma in ogni caso,quand’anche si arrivasse a quota 100 mila, si tratterebbe semplicemente di figli il cui padre o la cui madre (dunque in genere uno solo dei genitori) si sono dichiarati omosessuali. Il che è cosa ben diversa dall’essere “figli di coppie omosessuali”. (ska)

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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