Rouhani in Italia. In Iran 40 i giornalisti dietro le sbarre

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2500 impiccagioni negli ultimi anni per reati di droga, perfino per il piccolo spaccio, sono davvero un’enormità. C’è davvero da chiedersi perché il traffico di stupefacenti continui nonostante questa ferocia repressiva. Comunque sono dati che dovrebbero far riflettere chiunque si ostina a credere nell’utilità della repressione per contrastarlo. Mentre cresce per fortuna il numero di quanti ripongono maggiore fiducia in una liberalizzazione regolata. Mi chiedo allora perché e in quale misura il governo iraniano potrebbe convincersi al rispetto dei diritti umani se il governo italiano, come già altri governi, cessasse semplicemente di contribuire al finanziamento dei programmi dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC). Non potrebbe essere più efficace un impegno non solo dei governi ma anche degli investitori, pubblici e privati, ad una cooperazione più generosa, anche nella lotta alla droga,  in cambio di un po’ più di rispetto per i diritti e di una maggiore umanità nella repressione? (nandocan).

***di , 25 gennaio 2016* – Un incontro molto atteso, quello tra il presidente iraniano Hassan Rouhani e il premier italiano Matteo Renzi. Gli occhi del mondo, dopo lo stop alle sanzioni nei confronti dell’Iran, sono puntati da mesi su nucleare, lotta al terrorismo e possibilità di nuovi affari. Argomenti che sicuramente troveranno spazio nella discussione tra Roma e Teheran. Il rischio è che a mancare sia un tema fondamentale: quello del rispetto dei diritti umani, in un Paese che solo nel 2015 ha messo a morte oltre 900 persone, che tiene dietro le sbarre oppositori politici e giornalisti, che perseguita minoranze etniche e religiose.

L’Italia, in quanto interlocutore privilegiato di Teheran, non deve perdere l’occasione di contribuire alla rinascita economica del Paese, ma deve anche richiamare l’Iran al rispetto degli standard internazionali relativi ai diritti umani.

Roma è stata capofila per l’abolizione della pena di morte nel mondo. A Teheran, invece, il boia continua a uccidere ogni giorno. E l’elezione del moderato Rouhani, che pur ha ottenuto successi in politica estera, non ha cambiato la situazione. In realtà, proprio sotto la presidenza del successore di Ahmadinejad, si è registrato il più alto numero di esecuzioni negli ultimi 25 anni.

La maggior parte delle esecuzioni, come da anni dimostrano i rapporti annuali di Iran Human Rights, avviene per reati di droga: non solo traffico, ma anche piccolo spaccio. Bastano anche 30 grammi di stupefacenti per finire di fronte al boia. Negli ultimi 5 anni 2.500 persone sono state impiccate con questi capi di imputazione.

Il contrasto al traffico di stupefacenti in Iran è finanziato anche con le risorse internazionali dei programmi dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC). Diversi Paesi europei, quali Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna, a fronte della constatazione che i finanziamenti a quei programmi si traducono, nel caso dell’Iran, in un incremento delle esecuzioni, hanno preso la decisione di non contribuirvi oltre. IHRI ribadisce, ancora una volta, la necessità che l’Italia faccia altrettanto, nel caso in cui l’Iran non cambi la legge in materia. Ad affollare le carceri iraniane ci sono dissidenti, attivisti politici, difensori dei diritti umani, giornalisti, studenti, artisti, sindacalisti, membri di minoranze etniche, politiche e religiose.

Ad oggi sono circa 40 i giornalisti e blogger dietro le sbarre. Solo pochi giorni fa è stato richiamato in carcere il noto blogger e attivista per i diritti umani, Hossein Ronaghi Maleki, giovane esperto di software che nel 2009 aveva protestato contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, era stato condannato a 15 anni di carcere per atti contro la sicurezza nazionale, per aver insultato Ahmadinejad e la Guida Suprema e per aver fatto parte di un gruppo noto come il “Comitato contro la censura”. Rilasciato su cauzione nel giugno 2015 a causa delle sue precarie condizioni di salute, il 20 gennaio è dovuto rientrare all’interno del penitenziario di Evin, a Teheran.

Negli ultimi mesi la libertà di stampa e di espressione è costantemente sotto attacco, e i gruppi conservatori cercano di utilizzare la censura e il carcere per mettere a tacere il dissenso in vista delle prossime elezioni parlamentari.

Nella morsa della repressione continuano a finire anche poeti, artisti e registi. Iran Human Rights segue da vicino il caso del giovane filmmaker curdo iraniano Keywan Karimi, condannato a sei anni di detenzione e a 223 frustrate. Nonostante la mobilitazione internazionale, e dopo l’udienza di appello dello scorso 23 dicembre, al regista ancora non è stata notificata la sentenza emessa dal giudice e non sa se la condanna di primo grado sia stata confermata o ridotta. Al momento Karimi non può lasciare il paese e deve rinunciare a partecipare ai diversi festival internazionali in cui è stato invitato.

Ad oggi l’Iran vieta alle organizzazioni per i diritti umani indipendenti e ad Ahmed Shaheed, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Iran, di entrare nel Paese e di collaborare con le autorità locali per la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini. L’Italia, però, può svolgere un ruolo cruciale: coltivare i rapporti economici con l’Iran senza trascurare le libertà e i diritti di milioni di iraniani.

*Presidente di Iran Human Rights Italia, da articolo 21. Il grassetto è come al solito di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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