A me m’hanno rovinato le borse. I giornali del 21 gennaio

 Borse crolloCorradino Mineo si chiede, come tanti, se si possa uscire da una crisi che pare essere senza sbocco. Certo che si può, ma non con la “mano invisibile” dei mercati  o qualche aggiustamento superficiale da parte della politica. Quelle che lui definisce “risposte a croce”, secondo me, si possono riassumere in una sola: o “una bella guerra” che faccia centinaia di milioni di morti o una pacifica rivoluzione. Dipende da quando il mondo, a cominciare dai paesi ricchi, prenderà coscienza dell’insostenibilità dell’attuale ordine mondiale capitalistico. Da quando i popoli riprenderanno nelle loro mani il loro destino e metteranno all’ordine del giorno delle Nazioni Unite, dell’Europa, del G8 e di ogni altra grande istituzione internazionale la necessità di mutare radicalmente l’attuale modello di produzione, sfruttamento delle risorse, sviluppo e distribuzione della ricchezza. Una ricchezza altrimenti avviata irresistibilmente ad essere sempre meno disponibile e sempre più diseguale. La scienza, la filosofia e la fede, in questo caso prodigiosamente unite, hanno già cominciato a parlarne. I media dovrebbero avere più coraggio nell’andare alle radici del problema senza limitarsi a osservare e spiegare la contingenza. La soluzione verrà, se verrà, da una politica democratica finalmente autonoma (nandocan).
***di Corradino Mineo, 21 gennaio 2016 – Contagio globale, panico, tempesta sulle borse, Milano affonda. É un titolo dei titoli, Stampa più Corriere più Repubblica. Per raccontare una cosa, in realtà, semplice e prevedibile. Seppure imprevista, perché a forza di conflitti d’interesse, i cosiddetti esperti si esercitano ormai più nell’arte degli scongiuri che della previsione. C’è una locomotiva del mondo, la Cina, che deve per forza rallentare la sua corsa se non vuole esplodere per surriscaldamento, vale a dire per le conseguenze disastrose del suo modello produttivo sull’ambiente e la qualità della vita. C’è una distribuzione della ricchezza disuguale come al tempo dei Faraoni, per cui solo 62 persone posseggono la stessa ricchezza della metà meno favorita della popolazione mondiale. Per questo il ceto medio, grande protagonista dei consumi di massa negli ultimo 70 anni, teme ora la decadenza, è assai meno ottimista sul futuro dei figli, tende a spendere meno.
Il prezzo del petrolio crolla – il barile costava ieri meno di 27 dollari – perché, dopo decenni di dipendenza, gli Stati Uniti hanno preso a produrne con tecniche nuove, shale oil, o a differenziare le fonti energetiche, mentre sta tornando sulla scena, cadute le sanzioni, un grande produttore come l’Iran, e l’Arabia svende il suo greggio per non perdere mercati e difendersi dalla crisi di legittimazione (Isis, Sciiti) che investe la monarchia saudita (con il petrolio crollano i prezzi delle materie prime e ciò inguaia non pochi paesi emergenti). In tale contesto, l’enorme massa di denaro immessa sul mercato dalle banche centrali non riesce più a muovere i prezzi verso l’alto, né a creare artificiosamente la febbre da investimenti, finendo per alimentare bolle speculative che si sgonfiano sempre più in fretta.
Se ne può uscire? Certo. Con una diversa, e meno iniqua, distribuzione del reddito su scala mondiale? Con una bella guerra che distrugga risorse, traini gli investimenti con la spesa militare, provochi il rialzo del prezzo del petrolio? Con una nuova svalutazione del lavoro nei paesi ricchi, eliminando ogni tutela, imponendo il precariato e l’estendersi di condizioni servili? Con un nuovo ordine mondiale che gestisca la decadenza, provi a sanare le ferite, programmi le scelte fondamentali dell’umanità? Risposte a croce. Altrimenti ci terremo a lungo l’attuale quasi crescita e quasi stagnazione dei prezzi.
Il family day prenota il circo massimo, per la manifestazione del 30, e il Manifesto titola: “Stadio di famiglia”. Resta da vedere se la manifestazione non si rivelerà un boomerang per la chiesa che la sta appoggiando. In modo esplicito con il cardinal Bagnasco, in modo più prudente con i vescovi di nuovo conio, diciamo “francescano”. In effetti il Giubileo della Misericordia, con l’appello all’unità delle religioni monoteiste, con l’apertura ai non credenti, con il “chi sono io per giudicare?” detto dal Papa a proposito dei fedeli omosessuali, tutto ciò mal si concilierebbe con toni da crociata, con il tentativo di scavare un fossato a protezione della famiglia patriarcale, (un uomo, una donna e la trasmissione dell’eredità ai figli), con il rifiuto della sessualità non più indissolubile dalla procreazione. La chiesa di Francesco vorrebbe mostrarsi tollerante, e dunque aprirsi, ma teme di essere trascinata verso stili di vita che rompano l’ordine millenario su cui ha fondato la sua identità. Dall’altra parte i laici di governo, credendosi furbi, hanno fatto qualche pasticcio. Perché chiamando unione civile il matrimonio fra due persone dello stesso sesso, scrivendo che si stratta di formazione sociale specifica, definendo Stepchild adoption la genitorialità del partner di una madre o di un padre omosessuale, hanno dato l’idea di voler usare la legge Cirinnà come un cavallo di troia da inserire nella città assediata dei valori tradizionali per poi espugnarla. Molto meglio sarebbe stato muoversi sulla scia della Suprema Corte degli States, che non prescrive come dovrà essere la famiglia nel terzo millennio né cosa saranno in futuro i rapporti sessuali e sentimentali, ma interviene solo sul terreno dei diritti: se io chiamo matrimonio il rapporto sentimentale e affettivo tra un uomo e una donna, non posso negare lo stesso diritto a due uomini o a due donne. Se ogni bambino ha il diritto di essere accudito da due genitori, non si può negare l’identico diritto a un minore il cui padre, o la cui madre, convivano con una persona del loro stesso sesso. Semplice: non impone valori, tutela diritti.
Renzi e il discorso della corona. Mettendo per una volta da parte la sua abituale modestia, ieri il premier ha rivendicato per i suoi due anni di governo “il più grande progresso politico mai realizzato”. E ha lanciato ufficialmente il referendum di ottobre, chiedendo “al popolo” di dire sì alle riforme contro l’immobilismo, alla speranza contro chi sostiene che non si può fare, a Renzi contro i gufi, alla politica del governo contro le lungaggini del parlamento. La legge costituzionale -per chi volesse ho riprodotto su questo blog il mio intervento molto critico- è stata approvata con 180 voti a favore, 19 di più di quelli necessari. L’hanno votata tutti i senatori del Pd, tranne Walter Tocci, i 17 verdiniani, Bisinella e gli amici del sindaco Tosi usciti dalla lega, un paio di ex grillini, un paio di Forza Italia. Non c’è che dire, Renzi ha trionfato sulla dissidenza interna al Pd – convertendo Chiti e convincendo Gotor che la battaglia è sempre un’altra e si farà domani -, ha saputo costruire una maggioranza trasformista, con fuoriusciti di ogni bandiera, idraulici verdiniani e orfani del padre (Berlusconi) come l’ex ministro Bondi, ed è riuscito persino a mediare nella lotta tra dame, tanto che ieri Boschi e Finocchiaro si sono persino baciate. L’altra faccia di questo notevole successo è una spavalderia che sfiora l’arroganza, un sistema di clienti, fedeli e fedelissimi che preoccupa persino Repubblica (da leggere “Calenda, Carrai e quelle nuove nomine”), una spregiudicata polemica con l’Europa che se può regalare qualche consenso elettorale, diffonde all’estero la sensazione che il premier non sia affidabile. La battaglia per il no al referendum diventa decisiva, se saprà non apparire nostalgica, né residuale o impolitica.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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