Ambasciatore all’americana. La spallata di Renzi per l’Ue

Via l’ambasciatore, entra il politico. L’attuale vice ministro allo sviluppo economico, Carlo Calenda viene dalla Confindustria, dove è stato dal 2004 prima assistente del presidente e poi direttore dell’area strategica e affari internazionali durante la presidenza di Luca Cordero di Montezemolo, che lo volle anche come coordinatore politico dell’associazione Italia Futura. Nel 2013 è stato candidato alle elezioni politiche nella lista di Scelta Civica ma non è stato eletto. Il 2 maggio 2013 è stato nominato Vice ministro dello Sviluppo Economico nel Governo Letta e poi confermato in tale incarico nel Governo Renzi . Nella foto, Calenda con Renzi allora sindaco di Firenze(nandocan).

Remondino Ennio***di Ennio Remondino, 20 gennaio 2016* – Il presidente della commissione europea aveva affermato che ‘Roma manca come interlocutore in Europa’. Parole pesantissime a denunciare le confuse direttive date da Roma al sua rappresentante permanente nell’Ue. Risposta di Renzi, dopo i farfugliamenti di Gentiloni, la testa dell’ambasciatore italiano a Bruxelles, Stefano Sannino che aveva più volte sollecitato il premier a frenare certe sue esuberanze. Individuato come capro espiatorio, Sannino doveva essere sostituito dal collega di Mosca Ragaglini. Qualche problema ferma l’operazione. Al suo posto di ambasciatore l’attuale vice ministro Carlo Calenda. Rivoluzione pura.

Per la prima volta almeno nell’Italia post fascista, un governo impone in una funzione diplomatica un membro dell’esecutivo, un politico, in un ruolo da sempre coperto da diplomatici veri, quelli di carriera assunti per concorso a formati alla severa scuola e percorsi interni della Farnesina. Ed ecco un Carlo Calenda qualsiasi, manager del settore commerciale un alcune aziende, arrivare al Top di colpo in un settore sino a ieri ritenuto in Italia esclusiva dei diplomatici di carriera. Una forzatura politica e forse anche istituzionale di rilevantissima portata che, stranamente, sembra essere sfuggita alla ‘Grande Stampa’. Tutti distratti?

‘Fonti diplomatiche’ di diplomatici veri confermano che in Italia si è passati senza confronto politico alcuno, dalla prassi dei soli ‘Ambasciatori di carriera’, al neo ambasciatore di nomina. Quello che noi conoscevano come uso occasionale statunitense -qualche italo americano ‘ambasciatore vetrina’, con i veri diplomatici alle spalle a trattare e fare-. Noi, accusati di poca diplomazia, abbiamo scelto di rompere ulteriormente decidendo di introdurre il metodo ‘guascone’ tra feluche e ipocrisie di bon ton. Risultati potenzialmente disastrosi. L’immagine che evoca è quella della prossima ambasciatrice d’Israele in Italia Fiamma Nirenstein.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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