Intellettuali arrestati in Turchia come traditori per aver chiesto la pace nel Kurdistan. Can Dundar scrive a Renzi dalla prigione di Silivri.

Erdogan 2Roma, 15 gennaio 2016 – Una ventina di professori dell’Università di Kocaeli, nei pressi di Istanbul al di là del Bosforo, sono stati fermati stamattina e condotti nel commissariato locale per essere interrogati. Colpevoli di aver firmato una petizione in cui si chiedeva di riportare la pace nel Kurdistan turco, ponendo fine alle operazioni militari. Un appello sottoscritto da centinaia di altri intellettuali, alcuni dei quali di prestigio internazionale come Noam Chomsky e David Harvey.  Altri tre accademici dell’università Abant Izzet Baysal (nord-ovest dell’Anatolia) sono finiti in commissariato stamattina presto e le loro abitazioni sono state perquisite. Nei media turchi si parla di arresti avvenuti in almeno tre città, a meno di 24 ore da un duro intervento contro i firmatari dell’appello dal presidente Erdogan, che li ha accusati di tradimento insieme ai militanti del Pkk, partito dei lavoratori del Kurdistan.

Tra l’indifferenza dei governi europei, il nostro compreso, Erdogan sta da mesi facendo strame dei diritti umani e della libertà di espressione. Vedremo come risponderà Matteo Renzi alla “lettera aperta da un giornalista turco in galera al primo ministro dell’Italia”, come si intitola l’appello lanciato ieri dalle colonne del quotidiano turco di opposizione laica “Cumhuriyet” da parte del suo direttore. Can Dundar venne arrestato a fine novembre insieme al caporedattore Erdem Gul per un’inchiesta su un presunto passaggio di camion di armi dalla Turchia alla Siria.

Nella lettera Dundar chiede a Renzi di non dimenticare, in cambio di una soluzione per i rifugiati siriani, “i valori fondativi dell’Europa: libertà, diritti umani, democrazia, ideali da lungo tempo calpestati dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. […] Se oggi siamo tenuti in isolamento da oltre 40 giorni in Turchia, considerata dai media internazionali ‘la più grande prigione al mondo per giornalisti’, è perché, con quella consapevolezza, ci siamo schierati contro la deriva verso un regime autoritario. Siamo in carcere perché abbiamo provato che tir dell’intelligence turca portavano armi ai gruppi jihadisti in Siria.

“All’origine della crisi dei rifugiati – prosegue Dundar toccando il tema a cui il governo italiano è più sensibile – c’è anche la guerra civile in Siria, alimentata pure con l’appoggio dell’Occidente. Ora seguiamo con interesse il tentativo di placare l’incendio da parte di coloro che si sono travestiti da pompieri dopo averlo appiccato. Purtroppo, dato che Erdoğan ha assunto il controllo di gran parte dei media, è sempre più difficile darne notizia. Chi ha il coraggio di farlo è vittima di attacchi, aggressioni, minacce, processi e carcere. Anche se gli interessi attuali dell’Europa rendono necessario ignorare temporaneamente le violazioni dei diritti umani, noi continueremo a chiedere il loro rispetto a qualsiasi prezzo. Se rinunciamo all’umanità davanti alla scelta ‘rifugiati o libertà’, perderemo infatti tutti e tre quei valori”.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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