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Ancora bombe su un ospedale di Medici Senza frontiere

Illuminare le periferie***di Daniela de Robert, 11 gennaio 2016* – Ancora bombe su un ospedale di Medici Senza Frontiere. Questa volta a Shiara nel nord dello Yemen, nella zona di Rezeh nella provincia di Saada. Quattro i morti accertati, una decina i feriti e ingenti i danni alla struttura.

Il 2016 in Yemen inizia così, come si era concluso il 2015: con le bombe sugli ospedali, sul personale, sui feriti e i malati, sulla popolazione civile. Il 27 ottobre era stata la volta dell’ospedale di Haydan, distrutto da un bombardamento aereo della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Il 3 dicembre le forze della coalizione avevano colpito il centro di salute a Taiz.

Eppure, tutte le parti in conflitto hanno le coordinate GPS delle strutture mediche dove MSF lavora, compreso quelle dell’ospedale di Shiara, fondamentale riferimento sanitario per l’area.
Il 3 ottobre era stata l’aviazione americana a bombardare un ospedale di MSF a Kunduz in Afghanistan. Allora arrivarono le scuse di Obama, l’annuncio di un’inchiesta della Casa Bianca, ma il no a un’indagine indipendente della Commissione di Inchiesta Umanitaria Internazionale (IHFFC) richiesta da MSF.
Dopo l’ospedale afghano, le bombe ora cadono con una frequenza sospetta sugli ospedali di MSF nello Yemen. Per questo MSF torna a chiedere il rispetto del Diritto Internazionale Umanitario e l’immediata cessazione degli attacchi a strutture mediche e chiama tutte le parti coinvolte nel conflitto a impegnarsi per creare le condizioni per la fornitura di assistenza umanitaria in condizioni di sicurezza.
I responsabili dell’attacco investighino sulle circostanze dell’incidente, ha chiesto Raquel Ayora, direttore delle operazioni di MSF, che vede dietro questo ennesimo incidente “un preoccupante disegno di attacchi a strutture mediche essenziali”, lasciando che siano ancora una volta i civili a subire l’impatto maggiore di questa guerra.

*dal sito di Illuminare le periferie del mondo, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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