Cairo, un caffé all’aperto per gli ‘uomini spazzatura’

Cairo, bambino Zabbaleen
foto di Angelo Calianno su licenza CC

Per chi vive a Roma, dove da decenni il problema dello smaltimento dei rifiuti non ha ancora avuto una soluzione soddisfacente e la raccolta differenziata procede a rilento, può essere interessante leggere come, non in Svezia ma nella capitale egiziana, si è arrivati a poter riciclare l’85 per cento della spazzatura cittadina. La corrispondenza di Angelo Calliano, illustrata da magnifiche foto scattate dallo stesso, è tratta dal sito “Voci globali – diritti umani e giornalismo partecipativo” (nandocan).

***di Angelo Calianno, 6 gennaio 2015 – Muqattam è un borgo di 30.000 abitanti chiamati “Zabbaleen” (in arabo egiziano, uomini spazzatura). Gli Zabbaleen sono tutti cristiani copti, il 90% di loro si occupa della raccolta dell’immondizia di tutto il Cairo, vale a dire circa 20 milioni di persone.

In uno dei vicoli di Muqattam un bambino ‘zabbaleen’ spinge uno dei tantissimi carrelli che serve a trasportare la spazzatura, sulla sua destra un bambina infilata nel retro di un camion e sommersa dai rifiuti fa una prima selezione.

Armati di carretti con asini e vecchi pick-up questa comunità oggi è una parte importantissima della società cairota: dopo aver raccolto l’immondizia la portano qui, nelle loro case, nei loro vicoli e strade, la dividono e riciclano rivendendola in seguito alle aziende che si occupano di ritrasformare i materiali. Grazie a questa comunità oggi il Cairo ricicla l’85% della sua spazzatura: il lavoro avviene in piccole imprese familiari, dagli anni ’70 ad oggi ciò ha permesso di creare lavoro per tutta la cittadina.

Scelta e divisione dei rifiuti vengono fatti ancora a mano, gli Zabbaleen si sono opposti alla modernizzazione del sistema per paura di essere un giorno soppiantati dalle macchine e perdere così la loro unica fonte di sostegno. Sporcizia, fumo dei rifiuti che bruciano e la presenza di animali come ratti e carogne di cani e capre causano molte malattie, una su tutte il tetano, il livello di mortalità infantile è ancora alto, (45 decessi ogni 1000 nascituri). La paga mensile di uno Zabbaleensi aggira attorno ai 100 dollari.

Cairo,caffè all'aperto
Un uomo aspetta che gli venga servito un tè, queste 4 sedie in mezzo all’immondizia rappresentano uno dei “caffè” di Muqattam. Foto di Angelo Calianno su licenza CC.

 

 Le foto originali contenute in questo post sono di Voci Globali su licenza Creative Commons (CC BY 4.0).

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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