Italia-Slovenia, verso il ripristino della frontiera. “Inefficace e pericoloso”

La misura “straordinaria” servirebbe ad arginare il crescente flusso. Forti (Caritas): “Possibile che gli arrivi siano 300-400, la pressione è forte per effetto dei ‘vasi comunicanti’. Ma chiudere le frontiere è misura da stigmatizzare, inefficace e rischiosa: mette in crisi i principi dell’Unione e sposta migranti su rotte più pericolose”

***dal redattore sociale, 5 gennaio 2016 – Dopo Svezia e Danimarca, anche l’Italia pare seriamente intenzionata a ripristinare controlli di polizia su almeno una delle sue frontiere: quella con la Slovenia. La notizia è di queste ore, il Viminale parla di misura “straordinaria”, che si renderà necessaria qualora il flusso di migranti, già consistente, dovesse subire un ulteriore aumento. “Effettivamente il flusso di arrivi dalla Slovenia è crescente – conferma Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italiana – come ci segnalano le nostre sedi locali. E’ verosimile che gli arrivi siano 300-400 a settimana sia verosimile. E’ un flusso poco visibile – riferisce – perché terrestre e spesso notturno. Ed è un flusso crescente, soprattutto ora che la progressiva chiusura delle frontiere in area balcanica ha provocato quello che noi chiamiamo l’effetto dei ‘vasi comunicanti’: quando un migrante trova bloccato un ingresso, si sposta in quello aperto più vicino. Dalla Slovenia arrivano quindi ogni giorno nelle nostre regioni di confine siriani ma anche tanti afghani. Tanti arrivano per restare, come ci segnala per esempio la nostra sede di Biella, dove molti afghani si stanno fermando”.

Chiudere le frontiere è però per la Caritas una soluzione innanzitutto inefficace: “La reazione che si sta avendo in Europa è da stigmatizzare – commenta deciso Forti – In Europa, in verità, le tensioni verso la chiusura c’erano già prima della vicenda siriana. Poi l’arrivo di 1 milione di persone ha toccato nervi scoperti e ha fatto reagire di pancia. Ora – continua Forti – se anche l’Italia ripristinerà il controllo alle frontiere, entrerà in un circuito che sappiamo non porterà lontano: consiste nello scaricare al paese più vicino o più a sud un problema dalle caratteristiche epocali, che non si risolverà certo chiudendo le singole frontiere. E’ la mancanza di un piano europeo che fa muovere i Paesi in ordine sparso, chiudendosi a riccio”.

Si tratta, per la Caritas, di una soluzione non solo inefficace, ma anche pericolosa, per almeno due ragioni: primo, perché “mette in crisi i principi fondanti dell’Unione. Una delle domande che dobbiamo porci è: ‘L’Europa sta finendo? L’identità europea è in crisi?’ La questione dei profughi deve darci l’opportunità  di rileggerci e riflettere sulla debolezza dell’Unione, la cui tenuta viene messa in discussione dagli alibi del terrorismo e della pressione migratoria.  Ma sappiamo tutti bene che la chiusura di frontiere non risolve l’uno né l’altro problema”.

Il secondo pericolo che si annida nel ripristino delle frontiere è ancora più drammatico: “il nostro timore – riferisce Forti – è che i migranti, i quali certo non si scoraggiano di fronte a una frontiera chiusa, saranno costretti ad abbandonare la rotta balcanica, più sicura, per imboccare quella del Mediterraneo, che sappiamo essere la più pericolosa. Il rischio è che l’unico canale d’ingresso all’Europa resti quello in cui registriamo il maggior numero di morti”. (cl)

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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