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Arabia Saudita. Si nasconde la testa sotto la sabbia

Secondo Riccardo Cristiano, giornalista RAI che si è specializzato da tempo nelle questioni mediorientali, lo scontro confessionale tra sunniti e sciiti costituisce soltanto una maschera del plurisecolare conflitto tra l’imperialismo persiano e quello saudita. E a farne le spese, in Siria,  sono “gli arabi sciiti, che sono di tutta evidenza i cristiani nestoriani islamizzati”. Un breve excursus storico per denunciare l’errore di quanti vorrebbero smantellare nella regione “stati, costitutivamente complessi, per sostituirli con entità omogenee in termini etnici o confessionali” (nandocan)

***di Riccardo Cristiano, 4 gennaio 2016* – L’uso della religione a fini di potere non è una novità. Ma quello che sta accadendo tra Arabia Saudita e Iran lo dimostra nel modo più eclatante e doloroso. Doloroso perché nonostante la sua evidenza troppi sembrano propensi a nascondere la testa sotto la sabbia.
Sono più di mille anni che l’ostilità tra arabi e persiani regola il Medio Oriente. E cosa stanno facendo iraniani e sauditi se non cercare di impossessarsi delle due anime dell’islam, il sunnismo e sciismo, per impossessarsi delle opposte prospettive imperiali?
L’epicentro di questa contesa è ovviamente il controllo del Mediterraneo orientale, di quello sbocco sull’Egeo che da tempi ben precedenti la nascita dello stesso islam ha fatto da regolatore dei conflitti regionali. Ecco la centralità della questione siriana per i contendenti: si può arrivare a immaginare la morte violenta di tutta la popolazione siriana per evitare o conseguire il “corridoio strategico”. Un corridoio che parte dall’Iraq e si tira dietro il Libano.

Ai tempi il nemico occidentale era l’impero bizantino, e le dispute cristologiche che portarono fuori dall’ortodossia di Nicea i cristiani seguaci del vescovo Nestorio fecero di costoro gli alleati preziosi dell’impero (persiano) sasanide in Mesopotamia e Levante. Lì dove c’erano i cristiani nestoriani, nemici dei bizantini che li perseguitavano, oggi ci sono gli arabi sciiti, che sono di tutta evidenza i cristiani nestoriani islamizzati.
L’odio antico per i bizantini, poi sostituiti dagli ottomani, li ha messi “dall’altra parte”. Ma non sono persiani: sciiti ma non persiani, arabi ma non sunniti. E’ il destino che li rende “carne da macello”. Sono loro infatti che combattono per conto di Teheran le grandi guerre in Siria e Iraq. E’ il destino anche del chierico sciita decapitato in Arabia saudita. Lui, cittadino arabo dei regno dei Saud, sembra quasi un iraniano nei racconti o nelle ricostruzioni incuranti del suo non essere filo iraniano. E sembra quasi un traditore della patria degli arabi nei racconti sauditi, solo perché sciita.

Il gioco così si fa scoperto: siamo al cospetto di offerte pubbliche di acquisto, dello sciismo da parte dell’imperialismo persiano e del sunnismo da parte dell’imperialismo saudita ansioso di conquistare nel nome della confessione una legittimità di guida araba che nonostante il petrolio non ha mai saputo strappare davvero. Le scuole sunnite di maggior tradizione sono altre, refrattarie alla rozzezza wahhabita, come altre sono le grandi scuole sciite, a cominciare da quella Najaf, che non si è mai piegata alla teocrazia khomeinista.
Ma in questo gioco imperiale gli opposti oscurantismi tendono ad ammalare e milizianizzare l’islam.
Per questo è estremamente pericoloso il “sentiero di pace” che qualcuno ipotizza: smantellare gli stati, costitutivamente complessi, per sostituirli con entità omogenee in termini etnici o confessionali. Ma quelle terre omogenee non lo sono mai state. Per arrivarci bisogna passare per transfert di massa o pulizie etniche sconfinate, capaci di lasciare una scia di odio che durerà secoli.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno. Visualizza più articoli

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