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La RAI e il brindisi di fine anno

cavallorai

Sottoscrivo quanto denuncia Barbara Scaramucci, anche se per fissare un inizio dello “sciagurato percorso gestionale” bisognerebbe andare molto più indietro di cinque anni. Lo scivolone di un minuto per Capodanno, bestemmia sms compresa, è significativo ma il danno d’immagine non è poi così rilevante a confronto di quello procurato quotidianamente dalla qualità audiovisiva decisamente mediocre delle trasmissioni, soprattutto nei telegiornali (dalla dizione dei giornalisti alla scelta e alla riproposizione ossessiva delle immagini, alla qualità delle riprese sonore, alle immagini dilettantesche del citizen journalism, ecc.). Fra i 2650 articoli dell’archivio di questo blog non avrete difficoltà a trovare osservazioni al riguardo. Ha ragione Barbara a indicare nell’incapacità di programmare e realizzare i tagli e gli investimenti necessari oltre che nella formazione e nella gestione del personale i più gravi limiti del sistema (nandocan). 

***di , 2 gennaio 2016 – Al netto delle speculazioni dei giornali berlusconiani, la vicenda del varietà di Capodanno su Rai 1 non può essere archiviata in modo pittoresco.
Quello che è accaduto è l’immagine esatta del livello attuale del servizio pubblico televisivo ed è un livello al quale si è giunti non in modo casuale, ma sulla base di uno sciagurato percorso gestionale che va avanti da almeno cinque anni.
Se la più importante rete televisiva italiana non è più in grado di allineare il suo orologio per la mezzanotte dell’anno nuovo e se nessuno è in grado di controllare i testi degli SMS che scorrono sul video, allora vuol dire che non è un evento sfortunato, ma è il risultato di un progressivo deterioramento della qualità di chi lavora alla Rai. Del resto, i disguidi tecnici che gli spettatori vedono ogni giorno, oppure il livello ridicolo dei meta dati che accompagnano i programmi, bastano da soli a spiegare il disastro.
Le chiacchiere stanno a zero, e ha torto chi pensa che questi siano solo dettagli: questi sono i danni – forse irreparabili – scaturiti da politiche gestionali insensate, quelle dei direttori generali che hanno imposto solo i tagli lineari e che neppure sapevano che cosa veniva trasmesso, a parte i talk politici, per evidenti motivi!
Tagli lineari economici, fatti in modo indiscriminato e senza mai scegliere davvero su cosa investire e anche su cosa disinvestire, e tagli lineari del personale, imposti spesso a forza anche ai professionisti delle risorse umane, basati soltanto sul numero di dipendenti da ridurre e mai sulla scelta di preservare la presenza di professionisti di qualità. Assunzioni basate solo su bacini di precari storici e sulle scelte di esterni segnalati dalla politica e dai tanti, tantissimi poteri forti di ogni razza e colore. Assenza totale di formazione all’interno dell’azienda, che potrebbe utilizzare al meglio anche le professionalità storiche del mondo televisivo per far crescere nuove generazioni di autori ma anche di tutte le altre molteplici figure indispensabili per una grande azienda di media, la mitica media company tanto evocata e mai realizzata.
Nulla di tutto questo. Moltissimi funzionari indispensabili per la gestione complessiva del palinsesto sono stati accompagnati alla porta, pensando che tutto fosse sostituibile con una manciata di software a basso costo. La digitalizzazione delle strutture, oltre ad andare a rilento, non è basata sull’offerta di una reale interattività: non c’è ancora una personalizzazione dei telegiornali attraverso dei menù gestibili dall’utente, è scarsissimo l’utilizzo dei filmati in streaming del web, non ci sono rimandi concreti fra il web Rai e le produzioni televisive, ma – ed ecco la conferma del basso livello – si usa ancora il sistema di mandare gli SMS in diretta sul video, come nel caso della sera del 31 dicembre. E’ un sistema ormai adatto alle televisioni locali, ma la Rai continua a farlo per i 51 centesimi a messaggio che ci guadagna…e non allestisce nemmeno un vero sistema di controllori di questi testi nell’atto di immissione sulla rete di messa in onda! Con esempi concreti e quotidiani di questo tipo si potrebbe scrivere una enciclopedia.
Il nuovo gruppo dirigente ha l’ultima possibilità di rimettere in sesto questa situazione, potrebbe averla, anche in presenza di una governance che riporta la Rai a 40 anni indietro, prima della riforma entrata in vigore nel marzo 1976 (a proposito, chissà se i TG festeggeranno l’anniversario questa volta….). Il nuovo AD potrebbe scegliere i migliori come direttori, a prescindere dalle pressioni esterne, potrebbe fare di nuovo formazione all’interno e mettere anche in questo caso i migliori nei posti giusti, potrebbe, insomma, rimettere la Rai in mano a quelli bravi! Altrimenti, purtroppo, la corda già a lungo tirata si spezzerà definitivamente e il già evidente livello di sciatteria e bassa qualità diventerà assolutamente insopportabile.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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