Elezioni USA. Trump va forte, ma a favore di Clinton

Dal sito di Alganews, interessante messa a punto di Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell’Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane. Dove si spiega come e perché la pancia dell’America applaude Trump ma non lo porterà alla Casa Bianca. E il rozzo miliardario stia rilanciando di fatto l’algida ma abile Hillary (nandocan)

Marsonet Michel***di Michele Marsonet, 29 dicembre 2015 – Senza dubbio alcuno la campagna elettorale USA è stata – almeno finora – deprimente. Non sono comparsi sulla scena, con la notevole eccezione di Donald Trump, personaggi in grado di calamitare l’attenzione di un pubblico bipartisan. Capaci, cioè, di superare le barriere partitiche parlando al popolo americano nel suo complesso.

Si potrebbe rispondere che in fondo, bene o male che sia, il tycoon newyorkese l’ha fatto, ma è un’impressione errata se appena si riflette un po’. Certo Trump sa interpretare con abilità le pulsioni della pancia più profonda dell’America la quale, nonostante tutto, esiste ancora e mantiene un grande peso elettorale.

Tuttavia chi scrive continua a ritenere che questo strano personaggio non riuscirà mai a sedersi nello studio ovale della Casa Bianca. E non solo a causa del profluvio di volgarità e battutacce che sforna a getto continuo. Il suo problema è un altro. Nel segreto dell’urna elettorale i cittadini USA rifuggono sempre dalle soluzioni estreme, ed è plausibile pensare che la grande maggioranza di essi tremi alla sola idea di avere come Presidente un uomo che definire eccentrico è dir poco.

Due considerazioni s’impongono a questo punto. La prima è che Trump certamente vola nei sondaggi ma, occorre rammentare, soltanto in quelli che riguardano il partito repubblicano. E quest’ultimo non è mai stato maggioranza nel Paese. S’impone quando riesce a trovare un candidato di mediazione, capace insomma di avere “appeal” anche presso parte dell’elettorato democratico.

In secondo luogo è facile prevedere che non riuscirà ad ottenere molti voti dalle minoranze che contano, vale a dire soprattutto da afroamericani e ispanici. Sono davvero troppe le sue frasi offensive nei loro confronti. Ed è ormai dimostrato che senza un appoggio sostanziale delle suddette minoranze è arduo vincere la partita.

La forza di Trump deriva innanzitutto dalla delusione per l’operato dell’attuale amministrazione, con un Presidente che è forse il più tentennante dell’intera storia degli Stati Uniti. E poi dalla debolezza dei suoi avversari repubblicani. L’ultimo rampollo della dinastia Bush pare svanito nel nulla, mentre i volti nuovi – con in testa Ted Cruz e Marco Rubio, entrambi di origine ispanica – sin qui non hanno affatto convinto.

Curiosamente il ciclone Trump ha finito per favorire la corsa di Hillary Clinton che, agli esordi della campagna, aveva stentato parecchio. La ex Segretario di Stato, alla quale non si può disconoscere un certo fiuto politico, l’ha capito benissimo e sta concentrando le sue bordate proprio sul ciarliero tycoon. Il messaggio è chiaro. Se i repubblicani sono dominati da Trump, allora è meglio – anche per i moderati – fidarsi della sua esperienza per evitare salti nel buio.

A ciò va aggiunto che neppure il campo democratico offre molte alternative plausibili. Bernie Sanders e altri candidati sono troppo spostati a sinistra (nell’accezione USA del termine) e difficilmente possono aspirare a qualcosa di più di una bella figura.

Ancora da verificare, invece l’effetto positivo o meno, della discesa in campo di Bill Clinton a sostegno della moglie. L’ex Presidente kennedyano mantiene tuttora un buon indice di popolarità, e senza dubbio è stato un leader molto più acuto ed efficiente di Barack Obama. Sulle sue spalle pesano però gli scandali a sfondo sessuale. In Italia non conterebbero granché, mentre negli USA fatti di quel tipo possono costituire un problema serio.

Fatti i conti la coriacea Hillary sta recuperando alla grande almeno parte del terreno perduto agli inizi e la sua vittoria finale non si può escludere, mentre il successo di Donald Trump è un’ipotesi da fantascienza.

Potrebbe ancora comparire un outsider convincente – come anni or sono fu lo stesso Obama – in un partito o nell’altro. Ma l’onestà impone di essere assai cauti nelle previsioni. Si può soltanto notare che, se la situazione non muta in modo sostanziale, rischiamo di avere di nuovo la dinastia Clinton al potere.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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