Battaglia incerta a Ramadi. Quei trionfalismi di troppo

Remondino Ennio

Eppure l’esperienza delle guerre irachene, come di quelle in Afghanistan e Libia, dovrebbe bastare a far capire che, in questo tipo di conflitti, vittorie e sconfitte non si possono misurare sul terreno, secondo criteri convenzionali. Tanto più che il terreno è minato e l’impegno delle grandi potenze, come la rispettiva strategia, è ancora tutto “per aria”. (nandocan)

***di Ennio Remondino, 28 dicembre 2015* – ‘L’Isis sconfitto in fuga da Ramadi’, titolano importanti quotidiani: speriamo. ‘Le forze irachene hanno il controllo della città strategica’: speriamo. E Ramadi, città di rovine, diventa il simbolo un po’ montato, del riscatto del governo iracheno contro i pochi ma agguerriti miliziani di Isis.

«Hanno perso il loro quartier generale nel compound più importante, ciò significa che hanno perduto la sfida per la città. Ora si tratta di andare a scovarli nei loro ultimi nidi. Ma la battaglia e vinta», sostiene il portavoce militare iracheno, Sabah al Numani, anticipando i tempi.

I jihadisti sarebbero fuggiti a nordest della città, caduta lo scorso maggio nelle mani dello Stato islamico. Le forze governative erano riuscite nella serata di ieri a penetrare il centro della città. Ma la guerriglia jihadista si arrocca in piccole isole di resistenza. Battaglia ancora in corso.

30.000 uomini sostenuti dal meglio della tecnologia bellica contro circa un migliaio di guerriglieri jihadisti provenienti dall’ex esercito di Hussein, oltre a ceceni, algerini, tunisini e libici. «Difficile batterli a causa dei loro attacchi kamikaze e alle migliaia di mine e trappole esplosive»

Ramadi, mezzo milione di abitanti oggi in gran parte profughi, è la capitale dell’anima sunnita irachena. Qui nel 2003 gli americani evitarono di fare entrare le loro truppe preferendo trattare direttamente la resa dei capi tribù locali. Ramadi e Falluja i capisaldi anti sciiti su Baghdad.

Non a caso ieri la notizia della presa di Ramadi è stata festeggiata specialmente nelle regioni sciite a sud della capitale. Bagdad ha evitato di utilizzare le milizie sciite, come fu nella presa di Tikrit in aprile, puntando sull’esercito regolare. Ottenendo la collaborazione delle tribù sunnite locali.

Altra cronaca dei fatti. Le poche centinaia di combattenti dell’Isis che si stima siano presenti a Ramadi stanno opponendo una resistenza strenua all’avanzata dell’esercito iracheno sulla città. Lo ha ammesso un membro del comando militare di Baghdad. Ancora giorni di battaglia.

Per il generale Al-Mahlawi invece le truppe si troverebbero ancora a circa un chilometro dalla sede del governo. Secondo un altro ufficiale iracheno interpellato dall’Associated Press, in realtà l’esercito non controllerebbe per intero neppure uno dei quartieri di Ramadi.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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