Rai, a quando la vera riforma?

cavallorai

Gattopardismo 2.0: promettere di cambiare tutto per non cambiare niente (nandocan).

***di ,* 25 dicembre 2015 – “Libereremo la Rai dalle interferenze di governi e partiti…”
“La Rai non può essere governata da una legge che porta il nome di Gasparri..”
“Bisogna restituire la Rai ai cittadini e liberarla dalla politica..”
Queste alcune delle frasi pronunciate da Renzi sul futuro della tv pubblica. Mai come in questo caso avevamo condiviso le sue parole, ma la legge approvata non sembra rispondere ai buoni propositi, anzi sembra quasi una critica alle sue parole.

Il Consiglio di amministrazione continuerà ad essere espresso da governo e partiti, salvo la foglia di fico del consigliere indicato dai dipendenti. L’amministratore delegato sarà nominato dal governo, sia pure con l’obbligo del voto qualificato, e sarà il vero “Dominus”.

La Commissione di vigilanza, forse per compiacere le opposizioni, non è stata riformata e si sovrapporrà al Consiglio di amministrazione nell’attività di indirizzo. Il canone sarà contrattato annualmente con il governo di turno, sottoponendo il servizio pubblico a una trattativa continua, affidata alla compiacenza dell’esecutivo. Nel testo finale è sparito qualsiasi riferimento al modello BBC, alla mediacompany, alla fondazione, tutte ipotesi, peraltro, elaborate dalla medesima commissione istituita dal governo e finite in qualche cestino della presidenza del consiglio.

La stessa fine debbono avere fatto le proposte annunciate in materia di conflitto di interessi e di revisione del Sic, quel sistema integrato delle comunicazioni che rappresenta il cuore della legge Gasparri e della distribuzione delle risorse nel e del sistema mediatico. Dal momento che abbiamo contrastato con durezza le leggi berlusconiane, perché mai dovremmo cambiare giudizio oggi di fronte ad un testo che ha abbandonato l’ispirazione originaria e ha ripercorso gli antichi tracciati?

Chi oggi tace o addirittura plaude, ci risparmi cortei e proteste quando, nel futuro prossimo, governi e maggioranze di altro colore si prenderanno tutto e non dovranno neppure fare la fatica di abrogare legge elettorale e la cosiddetta riforma della Rai. Tanti auguri!

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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