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Piccole rivoluzioni per Natale

Ma credimi, Arianna, è anche così che si abbraccia e si cambia il mondo. Chi non è capace di amare il prossimo non abbraccerà mai l’umanità. Lasciatelo dire da un nonno. Auguri anche a te (nandocan)

Osservo il mio bicchiere e sorge l’annosa questione, sarà mezzo pieno o mezzo vuoto? Decido in quest’istante di farmi un regalo, di scrollarmi via il cinismo e il pessimismo. Il bicchiere è, senza ombra di dubbio, mezzo pieno.

Bene, devo iniziare ad usare il mio regalo.
E allora le mie orecchie saranno sorde alle invettive contro i pranzi infiniti, le domande ripetitive dei nonni, l’ipocrisia del Natale, le tradizioni.

Ringrazierò per ogni singolo boccone, per la cura e l’amore di chi l’ha messo in tavola.
Risponderò con pazienza alle domande dei nonni perché purtroppo già so che un giorno, le rimpiangerò.
All’ipocrisia degli auguri e regali di alcuni farò corrispondere un’uguale e contraria sincerità per altri.
Guarderò le tradizioni come parte imprescindibile del mio bagaglio culturale ed umano e non come zavorra di inutili convinzioni. Gli alberi più robusti e alti, sono quelli con le radici più profonde.

Tutto questo non significa essere ciechi di fronte alla realtà di un mondo in guerra, ingiusto e ricco di contraddizioni. Non significa ignorare che anche nella nostra società ci siano cumuli di disperazione e di dolore.

La mia riflessione è frutto della raggiunta consapevolezza di non poter cambiare il mondo. Rinchiusi i sogni rivoluzionari dell’adolescenza in un cassetto, capisco che anche le braccia più forti devono arrendersi all’impossibilità di abbracciare l’umanità intera. Non resta altro che farlo a piccole dosi. Abbracciando le persone care ogni giorno, prendendocene cura e spargendo semi d’amore nei cuori altrui. In alcuni nasceranno alberi e fiori, in altri rimarranno terreni secchi. Eppure ne varrà sempre la pena, nessuno di quei semi andrà sprecato. Questa sarà la mia piccola rivoluzione, come un libro la poserò sul cassetto e accarezzerà il mio sonno e i miei sogni.

Ecco, mi sono regalata questa ventata di ottimismo per Natale. È come se avessi cambiato occhiali, scopro dettagli e colgo sfumature altrimenti inafferrabili. Sarò grata alla Vita di tutto ciò che ho, di tutto ciò che ho avuto e poi perso e non maledirò ciò che non avrò mai. Da laica, credo che questo sia il significato profondo dietro quel bambino in una culla mediorientale di duemila anni fa. La Vita e la Speranza che nascono nel ventre del periodo più buio e freddo dell’anno.

Lascio uscire queste parole dalla sfera personale perché spero che leggendole, qualcun altro decida di farsi questo regalo.

Nell’alzare il mio bicchiere mezzo pieno, non potrei augurare di meglio.

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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