La nuova Rai: un dipartimento della Presidenza del Consiglio

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“Le parole chiave, i principi, che dovevano essere declinati dalla legge – scrive il professor Zaccaria nell’articolo che segue –  sono tra i più impegnativi: autonomia, indipendenza, pluralismo”. Che questi principi non siano stati finora garantiti da un presunto “servizio pubblico” e che lo saranno ancor meno con questa riforma, vuol dire che “una malcelata indifferenza” continua non soltanto per le sorti della RAI ma – e non credo affatto di esagerare –  per la nostra democrazia. La quale ha come principale parola chiave, fin dai tempi di Montesquieu, la “divisione dei poteri”, o meglio – perché quest’ultima non degeneri in una distinzione soltanto formale – una effettiva “separazione dei poteri”, nessuno dei quali può essere messo in grado di controllare se stesso. Oggi, invece, la confusione di ruolo tra partiti “stato-centrici” ed istituzioni elettive (governo, parlamento, amministrazioni locali ecc.) è destinata ad aggravarsi ulteriormente, prima con l’entrata in vigore dell’Italicum e della riforma costituzionale, poi col tentativo di porre sotto il controllo del partito di maggioranza, non solo l’esecutivo e il legislativo, ma anche gran parte di quelli che vengono generalmente considerati come il quarto e il quinto potere, stampa e televisione. Che ciò sia potuto avvenire nell’indifferenza, o peggio ancora con il consenso, del centrosinistra (a proposito, come ha votato in Senato la sinistra del PD?)  mi pare particolarmente grave e preoccupante (nandocan).

***di , 23 dicembre 2015 – Ieri il Senato della Repubblica ha approvato in via definitiva, in un clima prenatalizio caratterizzato da una malcelata indifferenza, la legge che disciplina l’assetto di vertice della Rai. Una brutta legge che non affronta i nodi principali dell’assetto radiotelevisivo pubblico e che disegna la nuova Rai come una sorta di Dipartimento della Presidenza del Consiglio.

I principali quotidiani hanno relegato la notizia nelle pagine interne e molti di loro, per renderla attraente, hanno ritenuto di “condirla” con la previsione economica del gettito del nuovo canone (+420 milioni) riscosso in bolletta e derivante da un’altra legge (quella di Stabilità). Una sorta di eterogenesi dei fini.
L’assimilazione del nuovo assetto Rai con quello di un Dipartimento della Presidenza non deve suonare affatto dispregiativo né per la Pubblica amministrazione, né tanto meno per gli uomini e le donne chiamati a guidare la Rai. Innanzitutto perché ci sono dipartimenti della PA di primissima qualità retti da eccellenti “servitori dello Stato” che meritano la massima ammirazione e che “governano” importanti, anzi, decisivi settori della vita del paese. I nuovi vertici della Rai e in particolare la Presidente e il DG, ora ribattezzato AD, hanno “curricula” di tutto rispetto e certamente governeranno al meglio la radiotelevisione pubblica nei prossimi anni.

Il problema è un altro. Non è qui in discussione la capacità delle persone, ma la bontà di un assetto. La predisposizione o meno di “regole” adeguate per governare una televisione pubblica in una fase di transizione estremamente delicata.
Le parole chiave, i principi, che dovevano essere declinati dalla legge sono tra i più impegnativi: autonomia, indipendenza, pluralismo. Questi principi non rappresentano qualità individuali, ma devono essere assicurati, garantiti dal disegno della struttura. In questa legge proprio non si vedono. Nessuno chiede ad un Dipartimento dello Stato di assicurare questi valori, ma alla televisione pubblica si.

Si provi a dare un’occhiata all’assetto dei principali paesi europei e si faccia un confronto serio e leale: mi permetto di dubitare che si possano trovare analogie con il modello italiano.
Naturalmente auguro a chi governerà la Rai di questi anni i migliori successi, ma credo che questo difetto d’impostazione peserà non poco nella vita successiva dell’azienda. La complessità sociale esiste, soprattutto nel campo delle idee ed esiste la necessità di governarla con regole appropriate. Una cosa è certa: questa complessità non potrà mai essere eliminata per legge. La dipendenza dal Governo, la semplificazione decisionale, la concentrazione dei poteri in questo campo più che vantaggi costituiscono degli handicap. Posso sbagliarmi, ma guardandomi intorno non credo proprio!

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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