L’Iraq smentisce Renzi sulla diga Saddam a Mosul. L’azzardo Porta a porta

Remondino Ennio

Pare che a Bagdad (e nei nostri giornali?) non sappiano che gli annunci di Renzi, tanto più se son fatti nello studio di Vespa, vanno comunque presi con beneficio d’inventario. E che la ministra Pinotti, che ne può fare così pochi, non se li lascia scappare. (nandocan).

***di Ennio Remondino, 22 dicembre 2015* – Il contratto. Il ministro: la società Trevi ha «presentato i documenti per partecipare alla gara». Azzardo bis. Nessun accordo per i soldati italiani alla diga di Mosul. Il ministro per le Risorse idriche: «L’impianto è già protetto da forze irachene». L’ambasciatore italiano frena: «Nessun dispiegamento senza un accordo». E il contratto alla Trevi? Chi sta giocando d’azzardo

Porta a porta in Iraq non piace – Una annuncio decisamente azzardato quello del premier Renzi a Porta a porta sulla missione italiana in Iraq a difesa delle Diga Saddam Hussein di Mosul.

Il governo di Baghdad frena sull’invio dei 450 militari italiani che dovrebbero difendere la diga di Mosul, affermando che «nessun accordo è stato finora raggiunto» con Roma. Ma il ministro della Difesa Roberta Pinotti insiste e sostiene che la missione sarà pianificata una volta formalizzata l’assegnazione del contratto per il consolidamento alla società italiana Trevi, come se le due cose fossero legate automaticamente tra loro.

Un reparto dell’esercito italiano come parte di un contratto d’appalto? Quanto le parole corrono più veloci del pensiero. Sempre da fonti ministeriali si apprende anche che una prima ricognizione ‘in loco’ -alla diga e dintorni – è già stata effettuata una decina di giorni fa e il contingente potrebbe partire tra maggio e giugno prossimi.

Chi conta frottole – «Nessuna intesa è stata finora sottoscritta tra governo iracheno e italiano», ha detto il portavoce dell’esecutivo di Baghdad, Saad al Hadithi, dopo l’annuncio fatto la settimana scorsa dal presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Ma ancora Roberta Pinotti, parlando in audizione nel Copasir, ha ribadito l’invio di 450-500 militari, sottolineando che il loro compito sarebbe quello di presidiare il cantiere e tutelare la quarantina di tecnici italiani che vi lavoreranno. E ha aggiunto che la partenza è programmata per primavera. L’intervento italiano, ha sottolineato il ministro, avverrebbe in accordo con le autorità irachene e si aggiungerà alla missione già in corso ad Erbil – la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno – che vede nostri militari impegnati nell’addestramento dei miliziani Peshmerga che già presidiano la diga di Mosul, 35 chilometri a nord della città in mano all’Isis.

Eppur si muove – Fonti della Difesa hanno intanto detto all’Ansa che il primo sopralluogo è stato compiuto – e altri sono in programma – da una “advanced team” composto da militari provenienti dall’Italia insieme ad altri già presenti in Iraq, nell’ambito delle missioni di stanza ad Erbil e Baghdad.

Lo schieramento dovrebbe appunto avvenire tra maggio e giugno. Il nocciolo duro del contingente, a differenza delle indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi, non dovrebbe essere costituito dai para’ della Folgore, ma – forse – dai bersaglieri della brigata Garibaldi, con i loro mezzi blindati. Ci saranno poi appartenenti alle forze speciali, artificieri ed altri assetti, con una copertura aerea.

Questioni irachene – A Baghdad, reazioni contrastanti all’interno del governo. Il ministro delle risorse idriche Mushsin Al Shammary, ricevendo ieri l’ambasciatore italiano, Marco Carnelos, ha affermato che l’Iraq «non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora». L’ambasciatore ha risposto che «ogni eventuale dispiegamento di truppe italiane, a Mosul o in qualsiasi altra parte del territorio iracheno, potrà avvenire solo d’intesa con il governo iracheno».

Quanto al contratto per i lavori di consolidamento, il ministro si è limitato a dire che la società Trevi ha «presentato i documenti per partecipare alla gara». Il ministro Pinotti aveva sottolineato che il gruppo romagnolo è l’unica ditta ad essersi candidata e quindi l’esito dovrebbe essere scontato.

Qualcosa di scontato in Medio Oriente? In Italia qualcuno corre troppo con le parole.

All’invio dei militari italiani si è intanto dichiarato decisamente contrario il leader radicale sciita Moqtada Sadr, già uno dei protagonisti dell’insurrezione contro le truppe americane d’occupazione, affermando che «l’Iraq è diventato una piazza aperta a chiunque voglia violare i costumi e le norme internazionali».

Qualcuno in Italia ha fatto i conti senza l’oste.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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