#nohatespeech: contrastare l’odio è un dovere. La petizione su change.org

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La campagna avviata dalla Carta di Roma è anche la prima apparsa ieri sul nuovo sito di “Illuminare le Periferie”, del quale nandocan è stato fra i promotori e che seguirà per voi con molta attenzione. Io ho già firmato la petizione, fatelo anche voi.(nandocan)

***di Domenica Canchano (Carta di Roma), 9 dicembre 2015 – Le parole pesano come pietre e contribuiscono a innalzare i Muri dell’odio e della diffidenza verso l’altro da sé. Le parole costruiscono il senso comune, rafforzano o rimuovono quegli stereotipi coltivati ad arte da quanti sulla paura e l’ostilità verso “i migranti che portano violenza e rubano lavoro” provano a costruire le proprie “fortune” politiche.

La rete è oggi una delle trincee più avanzate ed esposte nella lotta al razzismo e alla xenofobia. Non è solo un problema di addetti ai lavori, è una “battaglia” di civiltà in cui ogni coscienza libera da pregiudizi può e deve fare la propria parte. A cominciare dal mondo, troppo spesso silente o sulla difensiva, dell’informazione.

#nohatespeech è la campagna che la Carta di Roma ha intenzione di sviluppare con un obiettivo ambizioso e di stringente, drammatica attualità: bannare i forsennati del cyber-razzismo, impedire la diffusione dell’odio che dalla realtà virtuale si trasferisce in quella reale. Non si tratta solo di assolvere a un atto di responsabilità civile che non può, non deve essere delegato.
Per chi fa il giornalista, per chi ogni giorno lavora con le parole, e ne saggia il peso, è anche qualcos’altro: l’adempimento della regola base della professione, quella che impone a tutti i giornalisti il dovere di restituire la verità sostanziale dei fatti.

Nasce da qui, da questa esigenza non più rinviabile, la campagna dell’Associazione Carta di Roma, che il 2 luglio scorso ha organizzato a Firenze – nell’ambito del progetto europeo Prism – un seminario internazionale mettendo a confronto le pratiche di gestione dei discorsi d’odio nelle redazioni europee. La partecipazione e la ricchezza del dibattito ci hanno spronato, dato nuove energie e determinazione, nell’andare avanti su questa strada e lanciare la campagna #nohatespeech.
Nelle ultime settimane abbiamo colto nelle azioni di alcune testate la consapevolezza e la volontà di contrastare i discorsi d’odio: La Stampa, per esempio, ad inizio agosto, seguendo l’esempio della tedesca Ard ha deciso di cancellare i commenti d’odio e di bannarne gli autori, invitando gli altri a isolarli. L’esempio è stato seguito dalla belga RTBF, mentre le organizzazioni di categoria dei giornalisti spagnoli e tedeschi hanno rilanciato l’iniziativa. In Italia l’Usigrai ha manifestato il proprio sostegno, spiegando di vedere nel contrasto all’hate speech una nuova sfida per la Rai, affinché il Servizio pubblico svolga il ruolo fondamentale che gli compete nel riaffermare una forte etica professionale.
Queste iniziative ci rallegrano, ma non ci accontentano. Perché il cyber razzismo non si sconfigge in poco tempo, magari sull’onda di immagini scioccanti che fanno inorridire il mondo per qualche giorno, finendo poi nel dimenticatoio.
Per tali ragioni oggi lanciamo su change.org, insieme alla European Federation of Journalism e ad Articolo21, con l’adesione dell’Ordine dei Giornalisti, della Federazione nazionale della stampa italiana e dell’Usigrai, un appello rivolto ai singoli giornalisti, ai media e ai loro editori, ai lettori/ascoltatori e ai social network.
La nostra ambizione, è quella di non giocare sulla difensiva, ma di riscrivere, assieme, un vocabolario della corretta informazione, un vademecum per contrastare i seminatori di odio e di intolleranza che si annidano nel web, ma anche per smontare quei luoghi comuni che affiancano, e in diversi casi interagiscono, con i razzisti della rete. Un impegno che deve coinvolgere gli operatori dell’informazione, a tutti i livelli. Perché oggi, di fronte alla tragedia, tutt’altro che “naturale”, dei migranti, nessuno può dire “non c’ero, non ho visto”. E ho disinformato.
Per firmare l’appello su change.org clicca qui.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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