Con Mario Calabresi Repubblica svolterà a destra (?)

Dal quotidiano online “Alganews” propongo questo articolo di Emilio Piervincenzi, a lungo inviato speciale e caporedattore della Repubblica, passato successivamente alla “7” e poi alla direzione di “Polis”. Al titolo originale ho aggiunto tra parentesi un punto interrogativo perché in definitiva si tratta di un’opinione, anche se bene argomentata e, considerando l’orientamento politico dell’editore della Repubblica De Benedetti, abbastanza credibile. Avremo presto il  modo di verificare nei fatti l’annunciata conversione al renzismo del primo (o secondo) quotidiano italiano, così come è avvenuto – perfino al di là delle aspettative – per “l’Unità” e come probabilmente avverrà per la RAI una volta approvata e applicata l’auto-lottizzazione governativa voluta dal presidente del consiglio (nandocan). 

Piervincenzi Emilio***di Emilio Piervincenzi, 18 dicembre 2015 – Nella rubrica “Per Posta” comparsa ieri sul Venerdì di Repubblica, Michele Serra risponde a un lettore (Giovanni Frigerio) in merito all’avvicendamento alla guida del giornale. Mario Calabresi, figlio del defunto commissario Calabresi, prende il posto di Ezio Mauro. Le argomentazioni di Serra non sono convincenti, Michele si arrampica sugli specchi perché non vuole o non può dire la verità. Ora, siccome chi scrive ha lavorato per 17 anni a Repubblica, prima come inviato speciale poi come caposervizio Esteri, inserito nel motore delle scelte del giornale, e lo ha fatto seguendo devotamente il principio di eticità e di rispetto della verità che stanno alle basi del quotidiano ex di piazza Indipendenza, proprio non ce la faccio a tacere. Perché sulla conquista di poltrona di direttore di Repubblica da parte di Calabresi ci sono diverse obiezioni, a cominciare dall’ormai ex direttore Mauro e dal fondatore Scalfari? Perché Serra se ne va e perché Sofri se ne è già andato? Perché il vicedirettore Botta seguirà lo stesso destino?

Da ex Repubblica l’ipocrisia mi fa male, quando la leggo sul Giornale del Berlusca o sul Libero sempre del Berlusca mi fa ormai sorridere tanto è rozza e sfacciatamente falsa. Ma quando la leggo sul mio giornale, cui ho dato i migliori anni della mia vita professionale, beh, no, non ci sto. Innanzitutto né Ezio né Eugenio volevano Calabresi direttore. Avevano indicato all’editore De Benedetti altri nomi, e nella rosa ristretta di questi Calabresi non c’era. De Benedetti però aveva già scelto e non è tornato indietro dalla sua decisione. Il dissapore è stato così evidente che Eugenio Scalfari ha manifestato perfino l’intenzione di non scrivere più per il giornale, anche se mi risulta che in questi ultimi giorni De Benedetti stia provando a farlo recedere da tale decisione. Ma la partita resta aperta. E’ vero, come scrive Serra, che Calabresi è un prodotto di Repubblica. Un prodotto fatto crescere proprio per consentirgli di irrobustirsi professionalmente. A tale scopo Calabresi venne perfino imposto come corrispondente dagli Stati Uniti, sia pure per un breve periodo ma bastante per fargli seguire le elezioni americane, a scapito di Alberto Flores d’Arcais, che dopo la guida del settore Esteri aveva chiesto e facilmente ottenuto la corrispondenza americana, dalla quale vene  estromesso proprio per far posto al futuro direttore della Stampa prima e di Repubblica poi.

Calabresi insomma lo hanno fatto lievitare a fuoco lento, regalandogli tutto quello che si poteva regalare: stima, riconoscimenti, solidità professionale, caratura internazionale. Poi la direzione della “Stampa” è stata solo un parcheggio, ma tutto era stabilito. E allora perché Ezio e Eugenio non la mandano giù? Perché con Calabresi “Repubblica” svolterà a destra. Perché se adesso è discretamente ma anche criticamente Renziana diventerà una sorta di organo del potere dell’ex sindaco di Firenze. Così vuole De Benedetti, così imposterà il giornale Calabresi. Si pensi che l’uscita di Massimo Giannini dal giornale fu dovuta proprio a un grave e rumoroso litigio con Ezio sulla linea da tenere su Renzi: Giannini era critico, Ezio considerato eccessivamente indulgente. Figuriamoci che accadrà con Calabresi… si sarà detto Ezio, si sarà detto Eugenio. E poi, via, il caso Sofri: Calabresi era contrario alla collaborazione del professore ed ex leader di Lotta Continua sin dagli inizi, quando Sofri era detenuto in carcere. Calabresi era capo del Politico, ma Gregorio Botta da vicedirettore aveva più influenza di lui su Mauro e la collaborazione partì. Dicevo della svolta a destra.

Ricordo che Mario Calabresi era il collega che teneva i rapporti per il giornale con Forza Italia, passando per Gianni Letta, quando Forza Italia era alla guida del Paese e noi cercavamo di ostacolare Berlusconi con tutte le nostre forze. Nulla di male, chi fa il giornalista a un certo livello si deve costruire le proprie fonti a un certo livello, ma la liason Calabresi-Letta c’è sempre stata, grazie immagino a un passato che lega la famiglia Calabresi ad ambienti più conservatori della società italiana. E questo qualcosa vorrà pur dire. Infine, un tema che in quella lettera nessuno tocca, è la modernità. Il giornale vende a stento 250mila copie al giorno, è vecchio per impostazione e obbiettivi, il suo corpo redazionale in gran parte considera un fastidioso effetto collaterale il mondo del web, insomma anziché ribaltare la situazione – far diventare il web trainante e usare il cartaceo esclusivamente come brand di sostegno – l’arrivo di Calabresi cristallizza l’esistente. Sì, magari svecchierà qualcosa, taglierà qui e là, ma nella sostanza Repubblica resterà la stessa. Ezio ed Eugenio, invece, volevano un uomo rivoluzionario alla guida del giornale, più giovane, capace di leggere la realtà con gli occhi di chi col web ci è nato. De Benedetti ha detto no. Le cose stanno così.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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