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Renzi, l’uomo solo al (tele)comando

renzi-televisione-642353 (1)Dando per scontato che questa alluvionale presenza del nostro sui teleschermi ne accresca il consenso popolare, sarei curioso di sapere se il suo fascino televisivo seduca più facilmente l’elettorato di centrodestra o quello tradizionale di centrosinistra. Io scommetterei per il primo. Immagino che il secondo si stanchi più rapidamente degli slogan ripetitivi che riemergono in varie combinazioni in tutti i suoi interventi. Così generici e inutilmente assertivi da adattarsi a diverse occasioni senza impegnarlo nel merito. Non solo. Penso anche che di questa sua crescente popolarità tra gli elettori di centrodestra, così come del malcontento diffuso a sinistra, Renzi sia perfettamente consapevole. E sensibile all’aria che tira, tutto sommato, felice. (nandocan)

***di , 6 dicembre 2015* – “Un uomo solo al comando, la maglia bianca e celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. La famosa radiocronaca di Mario Ferretti della tappa Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia, quella che contribuì alla leggenda del campionissimo. Purtroppo, il modo di dire si è espanso indebitamente. Fino ad incrociarsi con le tendenze politiche oggi prevalenti. Vale a dire le pulsioni autoritarie che si esprimono nella vicenda politica, e che trovano nel crepuscolo della decrepita ma prepotente televisione generalista la propria epifania. Un caso di scuola è rappresentato dalla bulimia mediatica del presidente del consiglio.

È una tendenza evidente da tempo, ma diventata clamorosa secondo i dati rilevati dal Centro d’ascolto dell’informazione radiotelevisiva, che ha ripreso la sua encomiabile attività. Dopo un lungo periodo di chiusura a causa delle difficoltà economiche, l’istituto fondato nel 1981 dai Radicali e diretto da Gianni Betto ha ricominciato a funzionare. L’ex deputato -sempre combattivo- Marco Beltrandi ha fatto l’”elenco”. In breve, Renzi è proprio il volto solo al comando. Nessuno come lui, neppure Berlusconi, che pure delle tv private era in gran parte proprietario. Dopo l’imminente varo definitivo della (contro)riforma della Rai con l’amministratore delegato solo al comando (che novità), il regime politico-mediatico si compirà. L’Italia scenderà di ulteriori gradini nelle classifiche internazionali sulla libertà di informazione, certamente. Per non dire dei bavagli vecchi e nuovi. Tuttavia, ciò che risalta persino di più è l’assuefazione diffusa. Schiavi e felici?

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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