Mezze classi,mezzi partiti,mezzi uomini. Sui giornali del 5 dicembre

Leggerlo su “La Stampa” non mi sorprende, così come non avrà sorpreso, io credo, Mineo. “Secondo Orsina, scrive Corradino, dovremmo farcene una ragione: la politica è ormai lo spazio per lucrare qualche decimale di crescita (o di gloria), nelle strettoie concesse dalle scelte che altri, mercati, commissione europea, BCE fanno per noi”. E perché, di grazia, dovremmo farcene una ragione? Perché noi, come – immagino – anche Papa Francesco e  tanti illustri premi Nobel dell’economia, da Amartya Sen a Stiglitz a Krugman a Kahneman e altri, che da tempo esortano la politica a correggere le distorsioni del sistema, dovremmo rassegnarci a considerare questa insensata globalizzazione capitalistica come il migliore dei mondi possibili? E questo proprio nei giorni in cui la classe dirigente mondiale, che questo sistema amministra, va dimostrando a Parigi la propria incapacità di far fronte alla minaccia planetaria del cambiamento climatico?  I populismi non nascono dalla “nostalgia della politica” ma dalla manipolazione demagogica del consenso popolare che, nel novecento come oggi, ha per lo più evitato di disturbare gli interessi dei “padroni del vapore”, a cominciare dai proprietari del quotidiano piemontese. Sarà pure questo un linguaggio novecentesco ma i tentativi di razionalizzare l’ingiustizia sociale sono quelli di sempre (nandocan).
Mineo caffè***di Corradino Mineo, 5 dicembre 2015 – I killer seguaci del califfo. Il marchio dell’Isis sulla strage. É la notizia principale sui giornali di oggi. Lupi solitari, America colpita. E siccome siamo in America, tour nella casa dell’americano che si è andato a trovare una moglie, pakistana come lui, in Arabia Saudita. In quella casa lei allattava il figlio mentre sul web cercava contatti col califfo, lui fabbricava bombe artigianali, non contento delle armi da guerra che comprava al mercato. Poi si sono levati a comando e si sono messi a sparare.
Ok, leggiamo. Anche l’immancabile citazione di Hanna Arendt e della Banalità del male. Però Farhad Khosrokhavar l’aveva scritto all’indomani del 13 dicembre (e io lo avevo citato su questo blog). “Un kamikaze non si radicalizza da solo. Vengono in generale da famiglie divise, spesso sono passati dal carcere, tappa importante nel percorso della radicalizzazione, si tratta di born again, musulmani che hanno riscoperto l’islam nella forma più radicale o convertiti alla ricerca di un senso per la loro vita. Infine il viaggio iniziatico nella terra di jihad, che permette al futuro kamikaze di divenire straniero alla sua stessa famiglia e di acquisire la crudeltà necessaria per il passaggio all’atto senza sensi di colpa né rimorsi“.
L’ISTAT dice che la crescita non supererà lo 0,7. Il Censis parla di un’Italia “di mezze classi, mezzi partiti, mezzi uomini”. Insomma, un male italiano frena la ripresa; nonostante l’inarrestabile crollo del prezzo delle materie prime, l’immissione continua di denaro ad opera della BCE, la svalutazione dell’euro sul dollaro. Da un banchetto Pd di Rignano, suo paese natale, Renzi proverà a dire che non è vero, che “Italia non è in letargo” (Corriere) ma che anzi la bella addormentata si sta svegliando grazie alle riforme proposte dal governo e approvate dal parlamento, che i giudizi dell’Europa e dei banchieri sono ora lusinghieri, che basta avere “coraggio” e ce la faremo. É probabile che codesti argomenti, per un italiano che riusciranno a motivare, ne spingeranno altri due a gufare apertamente e a votare per i 5 stelle o per la destra. Perché, come scrive Guido Crainz su Repubblica, Renzi “non è riuscito a ridare slancio all’economia e alla società per l’assenza di un progetto generale, di un’idea di futuro capace di radicarsi nel corpo vivo del Paese. Per una enfatizzazione della decisione di vertice, a partire dall’azione di governo, che non ha saputo costruire una vera “catena di comando. Né penetrare nelle pieghe reali della società”.
Siamo un popolo di navigatori a vista, scrive Marco Revelli per il manifesto. “3,1 milioni di famiglie hanno dovuto “intaccare i risparmi pregressi” per tirare avanti; 10milioni e mezzo di famiglie, che hanno comunque “risparmiato qualcosa, se lo tengono lì, disponibile, a scopo cautelativo, per finanziare la formazione dei figli, per i bisogni della vecchiaia, per paura di perdere il posti di lavoro”. Quasi otto milioni di italiani “si sono indebitati o hanno chiesto un aiuto economico per far fronte a spese sanitarie private” ma -come osserva Dario Di Vico commentando il rapporto del Censis, una maggioranza di italiani è favorevole alla riduzione delle tasse, comunque, anche a costo di contrarre il welfare. Insomma, pochi soldi, maledetti e subito, nella convinzione che gran parte della spesa pubblica finisca in corruzione. Per i giovani -torno a Revelli- “il quadro si fa nerissimo, con quasi due milioni e mezzo di scoraggiati e tre milioni e mezzo di sottoccupati e di part-time involontari. Tutto ciò porta a un “appassimento della fiducia nell’azione comune”
Ce ne facciamo una ragione o scommettiamo sul futuro? Giovanni Orsina scrive per la Stampa: “le opinioni pubbliche democratiche sono affette da una sorta di ritardo psicologico, a motivo del quale si pensano ancora nel ventesimo secolo e non smettono di chiedere alla politica soluzioni ambiziose come quelle, appunto, che hanno caratterizzato il Novecento”. Da qui “i populismi”, che sarebbero alla fine “nostalgia della politica”. Secondo Orsina, dovremmo farcene una ragione: la politica è ormai lo spazio per lucrare qualche decimale di crescita (o di gloria), nelle strettoie concesse dalle scelte che altri, mercati, commissione europea, BCE fanno per noi. Ne consegue che il governo debba concentrare su se stesso ogni margine di manovra per ottenere, se non consenso almeno stabilità, concedendo bonus ora agli uni ora agli altri.
Revelli è più ottimista o, se preferite, visionario. Coglie sotto traccia “un’energia misteriosa, una ibridazione, rete lenticolare di saperi e di mestieri, l’iniziativa di una molteplicità di atomi laboriosi che coniugano qualità, saper fare artigiano, estetica brand”. Tracce di un possibile “collettivo” del futuro. Per intercettare queste tracce del futuro, bisogna rottamare falsa coscienza, prosopopea e politicamente corretto. Perciò, da siciliano, dico che Vecchioni, con il suo “Sicilia di m..” ama la mia isola e vorrebbe riscattarla. Chi invece sbava parlando di Sicilia bedda spesso si invita a pranzo nei club che l’hanno umiliata e la opprimono.
Dico che trovo legittimo -e persino normale- che talune femministe insorgano contro l’utero in affitto. La nostra vergogna è però che la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia riconosciuto che esistano forme nuove di famiglia e sancito che lo Stato non possa cancellarle, mentre noi esitiamo a varare una legge modesta sulle “unioni civili” perché pretendiamo che due uomini (o due donne) non debbano crescere un figlio e che il rapporto fra loro non debba dirsi matrimonio.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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