Erano tifosi del Califfo i due di San Bernardino

La strage privata californiana ci dice che questi episodi di violenza urbana sono destinati a moltiplicarsi fino a quando uso ed abuso delle armi, tuttora protetti da un emendamento della Costituzione USA ma soprattutto dalla potentissima National Rifle Association, non saranno contrastati da misure legislative adeguate. Se neppure quelle piuttosto morbide proposte da Obama riescono a vincere la resistenza della maggioranza repubblicana al senato, vuol dire che si rende necessaria una grande campagna di rieducazione al monopolio legittimo della forza che coinvolga le famiglie, le scuole e i media della nazione. Perché è vero che Il fanatismo religioso, non solamente islamico, che negli Stati Uniti è abbastanza diffuso, non da necessariamente adito a “missioni” criminali come quella di San Bernardino, ma certamente si pone il problema di un controllo sociale, non soltanto di polizia, che pare sia mancato del tutto nelle più recenti occasioni. E non solo negli Stati Uniti. La notizia di oggi che almeno uno degli autori della strage di Parigi  era stato segnalato dalla polizia di Bruxelles prima del 13 novembre non può che provocare sconcerto e preoccupazione diffusa. Quanto all’Italia, l’esaltazione che alcune forze politiche fanno dell’abuso di autodifesa dovrebbe incontrare l’opposizione decisa di tutti i cittadini responsabili (a proposito, sapevate che esiste anche una National Rifle Association of Italy?)(nandocan)

Le stragi in America

***di Ennio Remondino, 5 dicembre 2015* – Aamaq, il network di propaganda dello Stato islamico, definisce i killer di San Bernardino, «due sostenitori». Non militanti, non legati organizzativamente col terrorismo, ma ‘sostenitori’ della ideologia integralista di Isis. Ed ecco lo scenario che si sta definendo nelle ricerche degli investigatori.

Il giorno dell’attacco nel centro per disabili di San Bernardino, Tashfeen Malik, moglie di Syed Farook, aveva lasciato su Facebook una sorta di testamento-rivendicazione. Un messaggio pro-Is in cui si dichiarava fedele del ‘Califfo’ al-Baghdadi. Il marito, il 28enne Syed Farook invece prediligeva Al Qaeda. Aveva avuto contatti con almeno 2 organizzazioni terroristiche all’estero. Tra queste il fronte Jubath al Nusra, ramo di al Qaeda in Siria, rivale sul campo di Isis.

“Non erano parte di una cellula organizzata”, sostengono gli investigatori. Amaq, agenzia di stampa che fiancheggia lo Stato Islamico, attribuisce il massacro a ‘seguaci’ dell’Isìs. Il comunicato, tuttavia, non sostiene che l’Is sia stato il mandante della strage di San Bernardino. Una fonte dell’amministrazione Usa ribadisce: “Nella casa dei due aggressori nessun elemento suggerisce che fossero collegati organicamente a organizzazioni terroristiche straniere”.“Lo Stato Islamico non sapeva chi fossero”.

I due sposi killer, Syed Rizwan Farook e la moglie, Tashfeen Malik, potevano colpire ancora. “Erano attrezzati e avrebbero potuto portare a termine un altro attacco”, ha detto il capo della Polizia di San Bernardino, Jarrod Burguan, parlando degli esplosivi e delle munizioni trovate a casa dei due assieme a copie di istruzioni di come fabbricare una bomba prese probabilmente dalla rivista online di al Qaida ‘Inspire’.

E si infuoca intanto la polemica sulla diffusione indiscriminata della armi negli Stati Uniti. Mentre il presidente Obama rilancia la campagna per una maggiore regolamentazione del settore, il Senato boccia tre emendamenti che avrebbero rafforzato i controlli sulle armi. Mentre qualche sceriffo da Far West invita i concittadini ad andare in giro armati.

Syed e Tashreen avevano in casa 12 pipe bomb, ordigni infilati in tubi metallici ritrovati anche sul luogo della strage, strumenti per la fabbricazione di esplosivo e oltre 4500 proiettili. Al centro per disabili si erano presentati equipaggiati anche con due fucili d’assalto e due pistole automatiche, armi che avevano comprato legalmente negli Usa.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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