Parigi clima. Se i ricchi non pagano a morire saranno soprattutto i poveri

Si apre domani a Parigi la conferenza sul clima. I capi di Stato e di governo decideranno quando, quanto e come tagliare le emissioni di gas serra che causano il riscaldamento del pianeta. Se prevarranno ancora irresponsabilità e ipocrisia, sarà la catastrofe, ha ammonito nei giorni scorsi Papa Francesco. «Sappiamo cosa va fatto per prevenire che il cambiamento climatico sia devastante. Non agire sarebbe imperdonabile», ha dichiarato il direttore esecutivo dell’Unicef, Anthony Lake. Inondazioni, frane, ondate di calore e altri sconvolgimenti metereologici di cui abbiamo già avuto un assaggio in questi anni, saranno determinanti in futuro per la vita di decine di milioni di esseri umani. E l’agenzia ONU per i minori avverte che 500 milioni di bambini vivono “in aree ad elevata incidenza di inondazioni”, 160 milioni “in zone esposte ad altissimi livelli di siccità”. Molti di quei bambini rischiano la vita per la malaria, la diarrea e la malnutrizione. Tutti aspetti insignificanti per la vita di un occidentale medio (nandocan).

Remondino Ennio***di Ennio Remondino, 29 novembre 2015* – ‘Quando, quanto e come tagliare le emissioni di gas serra: detta in soldoni, la questione sul tavolo del summit di Parigi è questa. E i soldi c’entrano eccome, perché un’economia ‘carbon free’ costa, anche se promette un buon ritorno d’investimento’. ‘In ballo, tra l’altro, ci sono 100 miliardi di dollari all’anno sino al 2020 che le nazioni ricche dovrebbero dare a quelle povere per far sì che la loro crescita non poggi sui combustibili fossili, com’è avvenuto in Occidente con due secoli di industrializzazione sporca’.

Questa la sintesi fatta per l’agenzia Ansa da Laura Giannoni: assolutamente efficace.

Da Parigi solo un accordo per concorde ipocrisia planetaria. Si trattasse di un trattato, ad esempio, il presidente Obama dovrebbe sottoporlo al voto del Congresso e i Repubblicani… “Ma alcune delle clausole saranno comunque legalmente vincolanti, non stiamo facendo letteratura”, ha detto Fabius al Financial Times. Speriamo.

Decarbonizzazione’ una strada senza ritorno. Ma a che velocità percorrerla? Nel 2014 le emissioni globali sono aumentate solo dello 0,5% con 35,7 miliardi di tonnellate di CO2. Per il 61% di questo carbonio i colpevoli sono soltanto quattro: Cina (30%), Stati Uniti (15%), Ue (10%) e India (6,5%), che sono anche i Paesi con il peso maggiore al tavolo negoziale della Cop21.

L’Unione Europea ha fatto i compiti a casa, e l’anno scorso ha tagliato le emissioni del 5,4%. Cina e Usa si sono limitati a frenare l’aumento e hanno registrato un incremento dello 0,9%, inferiore agli anni precedenti, mentre l’India ha avuto un aumento del 7,8%. I quattro big dell’inquinamento, insieme ad altri 170 Stati, hanno espresso ‘buoni propositi’ di diminuire la CO2, ma nulla di vincolante.

Gli Stati Uniti si impegnano a ridurre le emissioni del 26-28% nel 2025 rispetto ai livelli del 2005. L’Ue vuole ridimensionarle del 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. La Cina punta a raggiungere il picco massimo di emissioni entro il 2030, e a ridurre la CO2 per unità di Prodotto interno lordo del 60-65%. Le promesse dell’India prevedono di abbassare la CO2 legata al Pil del 30-35% nel 2030, e soprattutto di arrivare a produrre il 40% dell’elettricità da fonti non fossili nel giro di 15 anni.

Tra le restanti nazioni, alcune come Etiopia, Messico e Marocco hanno presentato piani ambiziosi; altre come la Russia, il Canada, il Giappone e l’Australia non si sono sprecate troppo. Facendo la somma degli impegni di tutti i Paesi, e assumendo che saranno rispettati, l’aumento della temperatura globale entro il 2100 sarà di 2,7-3 gradi. Troppi. L’obiettivo è limitare l’impennata del termometro a due gradi rispetto ai livelli preindustriali, meglio ancora un grado e mezzo. Se si sfora, sostengono gli scienziati, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere devastanti.

Un’economia ‘carbon free’ non è certo gratis. Servono risorse. M i vantaggi anche economici superano i costi. Lo ha detto da tempo la Banca Mondiale: combattere il cambiamento climatico farà crescere il Pil mondiale fino a 2.600 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 in termini di nuovi posti di lavoro, aumento dei rendimenti agricoli e benefici di salute pubblica. La scelta tra lotta al cambiamento climatico e crescita economica, insomma, è un falso dilemma.

Non intervenire, al contrario, ha un costo notevole che finisce soprattutto sulle spalle dei più poveri. Un incremento delle temperature pari a tre gradi, avverte l’Oxfam, da qui al 2050 porterà a 790 miliardi di dollari all’anno il conto che i Paesi in via di sviluppo dovranno pagare per adattarsi al cambiamento climatico, cui si aggiungono 1.700 miliardi all’anno di perdite economiche. A quel punto i 100 miliardi elargiti dagli Stati ricchi sarebbero davvero poca cosa

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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