A Hebron i giovani non riescono più a sognare

Nella giornata in cui l’ONU invita alla solidarietà col popolo palestinese, vi propongo questo splendido reportage pubblicato dalla rivista “Internazionale”. Leggetelo tutto, credetemi che ne vale la pena. Lo ha scritto Francesca Borri, free lance che dal 2012 racconta la guerra in Siria ma come specialista in diritti umani ha lavorato nei Balcani, in Medio Oriente, e in particolare in Israele e Palestina. I suoi articoli sono stati tradotti in 15 lingue. Il suo libro più recente è La guerra dentro (Bompiani 2014) – nandocan.

Palestina intifada***di Francesca Borri, 22 novembre 2015 – Forse è meglio andare uno alla volta. Così sembriamo meno pericolosi. O forse no: sembriamo più sospetti. Però la carta di identità no, non in mano, o penseranno che sia un coltello. Oddio: e poi come la tiri fuori? Penseranno che hai un coltello in tasca. Ma soprattutto: cosa stanno dicendo? Stai fermo o sparo? O stanno dicendo: Perché stai fermo? Ora sparo?

Sono solo duecento metri, e stai solo cercando di tornare a casa. Ma è così Hebron, hai l’esercito a ogni angolo, e dubbi a ogni passo. Molti soldati, si vede, hanno paura. Non importa il giubbotto antiproiettile, l’elmetto, la mitragliatrice, non importa l’aria da duri: hanno paura quanto te, sono nervosi, pronti a fare fuoco alla minima incertezza. Il minimo movimento. E poi non capisci cosa ti dicono, parlano in ebraico. E comunque gli ordini cambiano a ogni minuto. A ogni checkpoint. Chiedi quali sono, e ti rispondono: gli ordini sono io.

Trenta degli 84 palestinesi uccisi finora, in questi giorni che nessuno ancora sa come definire, forse un’intifada forse no, venivano da Hebron. Ma Hebron, in realtà, è da sempre il luogo in cui ognuno tira fuori il peggio di sé. Dagli anni settanta circa seicento coloni vivono incuneati tra 180mila palestinesi per presidiare Ma’arat HaMachpelah, le tombe dei patriarchi, che per i musulmani sono invece la moschea di Abramo.

A Hebron ci si dà appuntamento accanto a un numero: il checkpoint 55, il checkpoint 56

È qui che Eyal Yifrach, Gilad Shaar e Naftali Frenkel, a giugno di un anno fa, hanno chiesto un passaggio in autostop e sono finiti sequestrati e uccisi; è qui che a settembre i soldati guardavano e i coloni ridevano mentre Dia al Talameh, per mezz’ora, sanguinava a morte. È qui che quando gli uni muoiono, gli altri alzano le spalle gelidi, niente di più: e a volte cantano e ballano. Festeggiano.

È qui che non si è più umani, in questa città divisa in area H1 e H2, la prima sotto controllo palestinese, la seconda sotto controllo israeliano: una città in cui ci si dà appuntamento accanto a un numero, il checkpoint 55, il checkpoint 56, e in cui in realtà, ormai, si è un numero, perché entra solo chi è registrato.

E per strada, per queste strade deserte – perché stanno tutti rintanati in casa dietro grate di ferro e muri di cemento – non si incontrano, meri numeri anche loro, che gli osservatori della Temporary international presence in Hebron (Tiph), chiamata a garantire il rispetto di accordi, protocolli, diritti e obblighi che nessuno, qui, più neppure ricorda quali siano: la presenza della Tiph è temporanea dal 1997. A Hebron sembra di vivere in guerra. Ogni famiglia ha una ricetrasmittente che ogni venti, trenta minuti gracchia notizie di scontri, accoltellamenti, incidenti di ogni tipo. Nessuno si chiede chi sia il morto: tutti si chiedono quale sarà la reazione, dove sarà il morto successivo.

E questa è l’unica cosa che israeliani e palestinesi, qui, hanno in comune….

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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