Francesco l’africano, da Papa dell’Ovest a Papa del Sud

Schiavazzi Piero***di Piero Schiavazzi, L’Huffington Post, 27 novembre 2015 – Il viaggio all’Equatore completa la metamorfosi di Francesco, che cominciò l’8 luglio 2013 sullo scoglio di Lampedusa, eletta seduta stante a perno di un compasso planetario. Quel giorno è iniziata una rotazione dell’asse strategico del pontificato. Da romano in africano. Da occidentale a meridionale. Dal Palazzo Apostolico alle baraccopoli di Nairobi. Dall’obolo di San Pietro al tesoro delle bidonville, depositarie autentiche dei valori evangelici: “Qui mi sento a casa…Il cammino di Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti”.

Giusto in tempo per l’inizio del Giubileo, quello vero, geopolitico e non coreografico, inaugurato domenica nella cattedrale di Bangui, capitale del Centrafrica e fanalino di coda del reddito pro capite: teatro di una guerra di religione tra cristiani e mussulmani, che si affrontano a colpi di machete e hanno spinto il paese sull’orlo del genocidio. Alla lettera, prégénocidaire, secondo la definizione dell’ONU.

Nel frattempo il calore dei tropici ha sciolto l’equivoco del Papa dell’Ovest, che con la complicità provvidenziale dello Spirito Santo, come nei miti antichi, abbagliò e sviò in conclave i cardinali yankee e conservatori, determinanti per l’elezione di Bergoglio: e ci consegna il profilo maturo del Papa sudista, rivoluzionario e anticapitalista.

Il discepolo di Sant’Ignazio che sulla scia di Francesco Saverio sognava l’Università di Tokyo e il profumo del Giappone in fiore, si ritrova di contrappasso come un Francesco d’Assisi del XXI secolo, nello slum maleodorante di Kangemi, dove molti dei bambini non conseguono neppure la licenza elementare ma ottengono in compenso la licenza di uccidere e “vengono utilizzati come carne da cannone dalle organizzazioni criminali”.

Qui Francesco ha dato appuntamento ai “movimenti popolari”, ormai compagni fissi del suo peregrinare. La nuova Internazionale del Terzo Millennio all’insegna delle tre T: Tierra, Techo, Trabajo, dagli altopiani andini a quelli africani. L’esperimento più eversivo del pontefice argentino, all’orizzonte di una Chiesa di lotta, che organizza i senza partito e senza speranza in una rete reale, non virtuale, sostituendo le chiavi di Pietro alla falce e martello, riposti nel magazzino del Novecento, e sottraendo adepti ai terrorismi e alle mafie. Opponendo il reclutamento di Dio al reclutamento di Al Qaeda e contendendo a quest’ultima il terreno, metro per metro, in un corpo a corpo quotidiano, fatto e nutrito di concretezza: “la carne si cura con la carne”, ha detto a riguardo ai giovani dello stadio Kasarani.

Dal magistero “parlamentare” di Benedetto, papa liberal, che culmina nei discorsi augusti del Reichstag e di Westminster, a quello extraparlamentare di Bergoglio, papa libertador, che s’incunea nei percorsi angusti delle favelas. Dalla democrazia formale, ridotta a liturgia senza un’anima, a quella sostanziale, eretta in nostalgia delle anime: “…la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione”.

Nell’Africa che sedusse gli esploratori Stanley e Livingstone, dei monti della luna e dei laghi che sembrano mari, di languide praterie ad alta quota e del sole che a sera si spegne focoso nei loro abbracci, accendendo lo sguardo e i sensi, Francesco prorompe nel canto del Laudato si’ e sfoglia le pagine della sua enciclica verde dal cuore rosso, di lotta e di governo: “…ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi ad ambigui interessi locali o internazionali”. Dagli Headquarters keniani delle Nazioni Unite, dove operano le Agenzie dell’ONU per l’Ambiente e gli Insediamenti Umani, Bergoglio ha colpito duro e spedito un messaggio chiaro alla conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici….

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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